Fiscoli e fiaschi

Nel galateo minimo da frantoio enunciato da mio padre, la regola n.1, conducendo l’oliva al molino come sposa all’altare, prevede l’obbligo di accompagnamento, quale sua ancella, da parte di una bottiglia di rosso, che ha il compito di reggere lo strascico formato da una fila di salsicce.

La percentuale di resa resta invariata, ma il gruppo di amici del molinaro che si danno convegno per la rituale spremitura avrà maggior sollievo dal pesante impegno che comporta l’attesa del termine delle operazioni.
Meglio che fare le parole crociate. A quel punto è immancabile, tra una chiacchiera e una bruschetta, il confronto tra i vari “cru” del territorio in una degustazione palese senza peli sulla lingua.
Allappa!”; “Senti che porvere!”; “Guasti che acetello!”; “Quistu scì che è bonu!”; “Ma tanto come quillu de Peppe tre anni fa..”. E poi aneddoti di vita di paese, coi personaggi rigorosamente nominati col soprannome: Turchetto, Quintale, Menzufico, Cacone, Pilletta e compagnia cantando. A proposito di bruschetta: fatta col procedimento del molinaro è tutta un’altra faccenda: roba da disciplinare. Mi spiego. Sopra la brace si mette ad “infumare” un po’ di sansa esausta tolta dai fiscoli. Gli effluvi profumano il pane mentre si brusca. La fetta, alta la metà di una fiorentina, aromatizzata a piacere con aglio, viene poi tuffata letteralmente nell’olio, quindi “strucciata” con le dita affinchè risulti ben impregnata. Un pizzico di sale e via alle danze. Leccarsi le dita è obbligatorio.
Mentre fuori lampeggia paonazzo un tramonto all’orizzonte, salsicce, costarelle e bistecchine giungono a cottura. I compiti sono equamente divisi tra i presenti: l’addetto alle braci, postazione ambitissima per il diritto alla bevuta più consistente, annuncia che la ciccia è pronta. Il bottigliere teorizza e pratica il principio della leva. Il taglio del pane e l’apparecchiatura sono generalmente a cura dell’ospite.
Senza soluzione di continuità si susseguono nella giornata arrivi e partenze con merende/cene scandite ad intervalli piuttosto regolari. E’ bello osservare questo formicaio operoso dove le cicale sono le benvenute… Goliardiche combriccole di ragazzi intorno alla settantina che tornano ai calzoni corti per qualche ora, insieme con i loro figli e nipoti, mi danno il polso di una dimensione tradizionale solidissima.
Tornando a casa con gli ziri pieni, ti rimane addosso l’odore acre del molino e le scarpe scivolano per qualche passo sul selciato, finchè non raccolgono un po’ di polvere. Ma il solo ricordo di una giornata così è tutto grasso che cola…

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