La vigna torna in montagna?

La vigna non sembra a disagio lassù. Forse perché è nata in alta quota, in un certo senso; magari perché ultimamente fa un tantino caldo anche per lei, o semplicemente per quella ricerca di originalità che porta ad indagare territori limite, fortemente caratterizzati, capaci di trasmettere unicità e identità.

Terre dove la vite non c’è più, almeno in maniera significativa, ma che vantano un passato glorioso. Penso alla Valnerina, tra l’Umbria e le Marche, dove è tangibile la “nostalgia di un grande ieri“.
La foto in alto, per dire, è stata scattata pochi giorni fa nei pressi del piccolo borgo di Caseggi, vicino Sellano, e testimonia la presenza di viti maritate. Sono rimaste ormai poche piante ma un tempo la Valle del Vigi era un enorme vigneto.

Ma che roba cresceva lassù, a quasi mille metri d’altezza? Uve bianche, non c’è dubbio, dal pecorino al trebbiano di Spoleto, passando per qualche filare di malvasia. Uve che dividono e allo stesso uniscono due regioni e l’Appennino, come succede spesso nelle aree di passaggio e transumanza.
Uve capaci di regalare ottimi vini, raccontano gli anziani del posto: “piuttosto aspri ma eccezionali dopo diversi mesi dalla vendemmia, capaci di richiamare molti appassionati dalla città che venivano quassù per le loro scorte”.
Dunque, non è un difetto di qualità che ha sradicato la vigna dalla montagna ma una questione di quattrini, o meglio la definizione di una viticoltura moderna, specializzata, magari industriale e meccanizzata, incompatibile con i pendii, le scomodità, i lavori per forza manuali e lenti di quel territorio.
Ora i tempi sono di nuovo cambiati, e pure il clima. Chissà se qualche matto, visionario e sognatore, avrà voglia di tornare a produrre lassù, alla ricerca di un grande bianco da invecchiamento o magari di un metodo classico indubbiamente originale. Non siamo forse a due passi da Preci? Non è forse questa la terra di Francesco Scacchi (benedettino) che con il suo libro De Salubri potu dissertatio stabiliva le regole della spumantizzazione in bottiglia una quarantina d’anni prima di un altro celebre abate (guarda un po’ dello stesso ordine), che si chiamava Dom Pérignon? Vedremo.
Altro scenario e altra vigna. Il tetto vitivinicolo d’Europa, niente meno. Vicino Cortina d’Ampezzo, a 1.350* metri d’altezza e anche qualcosa in più. Una mezza follia, un sogno visionario, forse un rifugio per guardare le cose da una prospettiva diversa. Che però sta portando un sacco di dati interessanti e di riflessioni utili.
Una specie di laboratorio a cielo aperto realizzato da Fabrizio Zardini (che di viticoltura estrema se ne intende), Francesco Anaclerio, Gianfranco Bisaro e Federico Minardi Comin. Un posto magico che sono felice di aver visto e respirato.
Dunque, la domanda è questa: la vite sta tornando in montagna? E’ ancora presto per dirlo e certo la crisi non aiuta a realizzare i sogni. Però il convegno di quest’anno del Cervim*, a Lione, pare già dare una mezza risposta. Il titolo? “La viticoltura riconquista i pendii”. Pare più di una promessa…

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