Bere, degustare e quel che sta nel mezzo

La passione è sempre forte ma agli inizi ho davvero vissuto il vino attraverso un pericoloso, morboso e patologico stato di accanimento.

Una vorace fame di conoscenza, un’insaziabile necessità di apprendere e sperimentare, con derive monomaniacali anche gravi, la perdita del rispetto sociale e la catalogazione irreversibile tra i soggetti deviati, alle prese con una qualche dipendenza.
Dopo i primi test inconsapevoli sono arrivate le letture, la scoperta dell’editoria di settore, gli atlanti, le guide e ovviamente i primi corsi. Tutti, o quasi.
Dalle lezioni di Slow Food (divertenti) ai vari livelli AIS (lunghi), fino al grande salto al Gambero Rosso (vertiginoso), con il Master in comunicazione e giornalismo (sono passati già 10 anni e il mio fegato è lì a ricordarmelo). A pensarci bene, in questo medagliere, manca effettivamente la grande esperienza Maroniana*, che a dire il vero avevo anche tentato ma senza successo.
Peccato perché mi piace sentire tutte le campane prima di prendere a suonarne una, e lo avrei fatto volentieri anche con quella.
Non rimpiango niente di tutte le esperienze fatte, ognuna a suo modo utile, ma col senno del poi posso certamente dire che la vera differenza la fa, diciamo così, la pratica sul campo. Che nel mio è più di una metafora… e comunque comprende visite a vigne e cantine, viaggi, e più di tutto il piacere-necessità di assaggiare quanto più possibile.
Assaggiare, bere, degustare. I termini hanno un preciso significato, anche se a volte si confondono. Per dire, è ancora una volta il prof che non ho mai avuto, Luca Maroni, a ricordarci come stanno le cose. Il teorico del vino-frutto tratteggia, inappellabilmente, il profilo del critico di vino e ci dice che questi “degusta, non beve, e dunque è per forza di cose magro”.
A parte che bisognerebbe dirlo a diversi personaggi di mia conoscenza, accompagnandoli poi al centro per l’impiego più vicino, l’assioma non mi convince molto. In questi dieci anni di guide e giornalismo enoico, posso dire di aver imparato molto dalle degustazioni ma ancora di più dalle bevute. Aprire una bottiglia e bersela con calma, confrontarsi con qualcuno, testarne la forza con assaggi nel tempo e magari seguire la sua capacità di evoluzione, verificare il suo comportamento a tavola, capire quanto un vino è autentico, digeribile o al contrario ruffiano sono prove a mio modo di vedere fondamentali.
Annotare mentalmente, scendendo in cantina, quali bottiglie mi viene sempre voglia di stappare e quali mai, anche se magari gli ho dato un punteggione in degustazione mi ha insegnato più di cento blind tasting.
Non vorrei prendere ancora in prestito la metafora che confronta l’amatore e il ginecologo, ma mi pare tanto che l’approccio Maroniano (ma non solo quello) si perda molto del piacere che il vino sa regalare, della sua essenza e delle sue pieghe più intime, anche se capricciose o nascoste.
Aspetti della faccenda che valgono bene qualche chilo in più da portare addosso…

Foto: winetastingguy.com

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