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Pria che la nera signora… |Meo-Camuzet Richebourg 2002

Pria che la nera signora con la falce mi sorprenda con la cantina piena, sarà il caso che cominci ad aprire qualche boccia di riguardo.

L’occasione è una cena estemporanea tra quattro amici, in un localino delizioso. Non hanno da festeggiare niente di particolare, se non il piacere di vedersi una sera da qualche parte. Questo caldo luglio ha deciso di donarci una serata dalla temperatura sopportabile, dopo uno scroscio di pioggia pomeridiano, tanto desiderato ma diosolosà quanto insufficiente.
Si ha talvolta un po’di scrupolo, con la crisi che c’è, nel parlare di vini di “fascia alta” (io baratto le vacanze volentieri con belle fiale), quasi ad incoraggiare un certo pudore, volto a non far sapere che anche i comuni mortali bevono e soprattutto apprezzano ‘sta roba da sciacalli di Wall Street, o da funzionari di ASL, sul ponte di uno yacht alle Bermudas.

Mi faccio coraggio e provo ad abbattere questa barriera, sperando di non restare solo: fate outing!
Esorcizzato il senso di colpa, dopo un breve raffreddamento, apriamo un Richebourg Meo-Camuzet 2002, per vedere se i cento euro sono ben spesi. Dieci anni sono un tempo giusto per aspettare una così buona vendemmia (quasi dieci, per la precisione nove anni e dieci mesi..). Un’oretta d’aria e via nei bicchieri.
Già il tappo presenta un netto e intenso profumo di rosa, suggerito anche dal colore scarico che il pinot nero conferisce ai vini, trasparenti e luminosi, belli da vedere prima ancora che da assaggiare.
Rosa e animale si presentano insieme al primo “respiro” dal bordo del calice, con una grazia, corredata da spezie nere e dolci, che ti conduce per mano verso note di frutta rossa e sentori balsamici, con ancora profuno di cipria, poi sottobosco e chissà quanta altra roba quelli bravi saprebbero riconoscere! Non finisce mai al naso e andando avanti nella serata, ora più chiari e intensi, ora più scuri e sommessi, di volta in volta vengono, cangianti, alla ribalta gli aromi più piacevoli, in un movimento come onde del mare, o come una danza, una passacaglia liquida ed etera, giocata tutta su un orizzonte alto e definito.
Il primo sorso ammalia, come dice una pubblicità, ma ammalia veramente! Freschezza e polpa trascinano il fortunato (io) in un vortice di piacere avvolgente e duraturo. Tannini impalpabili corredano la schiena diritta di questo miracolo enoico che scatena una tempesta di piacere. Vibra una corrente tra la lingua e il cervello che sospende per un momento tutti i pensieri.
Una rana pescatrice assetata si immerge con la sua sorprendente crema di carote (grazie Luisa) in un abisso di dolcezza da cui rinasce, come Venere, bella tra le dee. E quell’agnello non può sembrare più puro tra le cipolle caramellate, con questa linfa rossa e miracolosa che ne esalta la tiepida bontà.
La bottiglia diventa così il catalizzarore del nostro tavolo, senza tuttavia prevaricare la buona conversazione che, anzi, risulta incoraggiata con elegante misura. Tutto passa e anche la bottiglia termina, lasciando un finale asciutto e sensuale mentre le labbra si piegano naturalmente in un sorriso involontario.
Usciamo all’aperto: il naso all’insù ci indica un firmamento splendente di stelle.

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