Vini d'Italia 1988 e la vera tradizione di Montefalco

Letta oggi, la prima edizione della tanto bistrattata guida del Gambero Rosso (e Arcigola) ha un sapore archivistico, da libro e letteratura antica. Intanto per i pionieri di allora, che accanto all’accoppiata di vertice Cernilli – Petrini vedeva di tutto (col senno del poi): da Andrea Gabbrielli a Lucio Pompili, da Sandro Sangiorgi a Franco Ziliani. E poi per le cantine presenti (500 in tutto, 1.500 vini complessivi, 32 Tre Bicchieri), lo stile della narrazione, il modo di approcciare quel mondo in fermento.
Avevo già avuto tra le mani Vini d’Italia 1988 ma ieri ho notato dei passaggi con più attenzione, senso critico e anche un pizzico di invidia. C’era un mondo da scoprire e da raccontare e il futuro doveva apparire bellissimo.
Voracemente sono arrivato all’Umbria che in quegli anni vantava ben 5 cantine presenti in guida (che pacchia, altro che estati a sgobbare!): Castello della Sala e Decugnano dei Barbi nell’Orvietano, Lungarotti a Torgiano (di cui si recensiva quello che ancora oggi è un vino sensazionale, Vigna Monticchio ’78), La Fiorita (Lamborghini) intorno al Trasimeno, Adanti nell’areale di Montefalco.
Giusto nell’introduzione alla regione si registravano i primi sussulti del Sagrantino, “rosso molto corposo e molto sottovalutato”. Un vitigno che, prosegue la guida “a detta degli altri produttori umbri avrebbe le potenzialità per produrre ottimi vini che meriterebbero ben altro riconoscimento. Il problema è che a Montefalco e negli altri comuni che fanno parte della doc ogni produttore fa di testa sua…”.
Sottolineatura che, va riconosciuto, sottende un grandissimo merito del territorio suddetto: riuscire a mantenere la tradizione fino ad oggi e non far cambiare di una virgola le cose, in un mondo del vino che invece appare stravolto, è impresa francamente sensazionale. Complimenti!
Foto: dissapore*

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