Vissani | Un'ora sola ti vorrei…


Se anche per voi l’anno è cominciato col pensiero rivolto ai Maya, più che al solito maiale di Gennaio, se sapete perfettamente che “salto quantico” non è una disciplina delle prossime Olimpiadi di Londra e tra i buoni propositi per il 2012 avete messo i “cambiamenti vibrazionali”, dovete assolutamente fare un salto alla Scarzuola.

Si trova a Montegiove, in Umbria, (uscita Fabro della A1 Roma – Firenze) e ci si arriva percorrendo qualche chilometro di curve in aperta campagna. Ma che roba è? Un’opera, o meglio uno sfoggio di fantasia architettonica e di profondità ideale senza uguali.
Un antico convento in cima a una collina, fondato nel 1218 da San Francesco, di cui si innamorò l’architetto milanese Tomaso Buzzi, che nel 1957 decise di costruire lì la sua “città ideale”, tracciando un singolare percorso simbolico neo-illuminista riferito a conoscenze esoteriche e sue precise intuizioni.
Un affascinante quanto complicato insieme di elementi architettonici, simbolici e scenografici. Un tripudio di costruzioni affacciato su un vasto anfiteatro naturale, raggruppato in sette scene teatrali. Una creatura di pietra bizzarra e sconvolgente, capace di alternare scenografie artificiali e naturali, edifici e monumenti d’incredibile complessità e di straordinaria immaginazione che portano impressi strani motti, monogrammi e simboli.

Alla sua morte, nel 1980, l’architetto milanese lasciò l’opera incompiuta al divorare del tempo e della vegetazione. Ma la Buzziana non è scomparsa! La “città ideale” sta ancora lì, a testimoniare come si possa smarrire il senso della realtà, perdendosi nei meandri delle sue stravaganze, e ritrovare invece il vero senso della vita, raggiungendo quell’armonia spirituale evocata dagli indecifrabili giochi creativi che animano questo luogo. E che oggi possono essere esplorati con l’aiuto di Marco Solari, il nipote di Buzzi che pare appena uscito dal Paese delle Meraviglie.
Appagata la fame spirituale, c’è da dire che non sono molti i luoghi in zona per calmare quella più squisitamente corporea. Però c’è l’autostrada a un passo, l’uscita Orvieto non è lontana, e se controllando il calendario (no, stavolta i Maya non c’entrano) scoprirete che è martedì, venerdì o sabato, potrete fare un salto da Vissani* per un pranzo a 30 euro (prenotazione d’obbligo, fino ad esaurimento posti).
La formula si chiama 1 Ora, ci si siede in una sala molto bella del ristorante ma tutto sommato informale, attorno a un tavolo comune, e si gode del menu del giorno che prevede un antipasto, un piatto di portata e un dolce. Più bicchiere di vino, acqua e delizioso pane casareccio.
Un Vissani diverso, certo, ma suo modo coerente. Che tradisce una complessità e un’idea di cucina molto più articolata e pura di quel che si dice in giro (ma di questo avevo già parlato). Oltre che una capacità di modellarsi e trasformare la sua idea in tante forme diverse, senza tradirne l’essenza. Un Vissani che va per conto suo, certo. Che in due piatti su tre mette tonno rosso e fragole, a Gennaio. Tanto per esserre politicamente corretto.
Non così lontano, però, nell’idea di fondo, da un’opera architettonica surreale e carica di simboli. Solo apparentemente indecifrabili.

Tonno crudo al kirsch con vitel tonné e spuma di peperoni gialli

Fettuccine con straccetti e mirepoix di zucchine al basilico

Parfait di fragole con biscotto di mandorle, salsa di fondente al peperoncino

Vino: Aminea – Oppida Aminea – Sannio Fiano Pelike 2008

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