Vermut | Il gusto vintage della vita

Certo non dove essere stato facile per la popolazione inglese fare a meno del buon vino francese. Eppure agli inizi del Settecento andò proprio così.

Guerra di successione spagnola, Francia e Inghilterra in forte contrapposizione e conseguente biocottaggio del pregiato rosso d’Oltre Manica.
Fu così che i britannici divennero tutti astemi? Ovviamente no, il rimedio fu subito trovato. Un patto porto-inglese recitava: io do a te i miei tessuti pregiatissimi (e qui Mister Boco potrebbe illustrarci al meglio le loro caratteristiche) e tu dai a me i tuoi vini, i famosi (e liquorosi) prodotti di Vila Nova de Gaia. Le Ladies gradivano il gusto dolce e i Lords erano felici di fare uno smacco ai dannati francesi. Ed ecco che – bevi di qua, bevi di là – i mercanti inglesi acquisiscono il monopolio commerciale dei vari Ruby e Tawny dell’epoca.
Ma se i vini fortificati piacevano così tanto, perché non provare anche ad aromatizzarli con erbe, spezie o altri condimenti? In effetti vide giusto il Signor Antonio Benedetto Carpano che nel 1786, a Torino, fece un’infusione tra un vino molto alcolico e l’artemisia chiamata (guarda caso) Wermut dai crucchi.
Poi fu la volta del Gancia Bianco, che Carlo Gancia creò affiancandolo al celebre spumante già da lui prodotto. Il resto più o meno lo si sa. La storia prosegue con Martini* che la fa da padrone, tanto che non si dice più mi dia un Vermut, ma vorrei un martini con ghiaccio. Ed è così che il marchio torinese – che fu Martini & Rossi e ora fa parte del gruppo Bacardi – arriva addirittura in questi giorni sullo scaffale con un qualcosa di sciccosissimo (?) firmato D&G, di cui abbiamo una diapositiva…


Sulle origini del Vermut non la pensa esattamente così il buon Marco Sabellico, massimo esperto di beverage e miscelazione, secondo il quale il primo in assoluto fu Cinzano* che nel 1764, forte dell’esperienza in rosoli ed elisir, che creò il primo rosso fortificato e per questo fu anche insignito di un riconoscimento per la produzione di un’eccellente specialità torinese dai Reali di casa Savoia.
Primati a parte, questa è più o meno la storia del vino aromatizzato nostrano. Ma che ci dice l’attualità? È rimasto qualcosa di interessante oltre i prodotti glamour, ideali per le indianate liceali ma affatto accettabili da una schiera di enosboroni come noi?
Vediamo…
Sicuramente grazie alle distillerie Branca possiamo riassaggiare l’antica ricetta messa a punto da Benedetto Carpano, che col Carpano Antica Formula* ha ridato prestigio al vecchio liquore dell’epoca. C’è poi Giulio Cocchi*. La maison spumantistica piemontese per festeggiare i suoi 120 anni di vita (1891 il suo anno di fondazione) ripropone una personale ricetta di un vermut a base moscato arricchito con agrumi ed erbe tra le quali l’artemisia.
Quest’ultimo si presenta di colore ambrato scuro e i profumi lasciano spazio sia alle note più dolci delle uve aromatiche sia alle sensazioni di erbe amare, prima di cogliere un fondo piacevolmente agrumato. La bocca non nasconde gli zuccheri residui, è avvolgente e cremosa e, solo nel finale, emergono le percezioni amaricanti che rendono il palato fresco e balsamico. In sintesi: buono, equilibrato e piacevole sia bevuto da solo che on the rocks con scorza d’arancio.

Più severo e austero il Carpano Antica Formula. Le note sono scure, terrose e di radice, emerge il frutto – molto cupo – che precede una bocca amarognola sin dall’inizio e per questo di grande sviluppo verticale, capace di affondare in un finale più morbido e speziato.
Un altro modo di bere Vermut che può trovare tranquillamente spazio in un aperitivo (ho il ricordo di un bel pranzo al Canto della Certosa di Maggiano di Siena iniziato proprio col Carpano), ma sicuramente emerge alla grande se fa parte di un grande cocktail, vedi un Americano. E non potrebbe che essere così visto che l’origine del nome del famoso drink nulla ha a che vedere col continente d’oltreoceano. Deriva, guarda caso, da Amaricato. Ci si riferisce ai Vermut? A voi la risposta…

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