Jurassic Maccheroni Dolci

E’ il cibo tradizionale, che viene consumato dal periodo della commemorazione dei defunti, fino al Natale.

Sembra essere un vero e proprio “fossile” gastronomico vigente, o se preferite vivente, dalle lontanissime origini, così come il coccodrillo, che è arrivato praticamente tale e quale fino a noi, dal tempo dei dinosauri.
La parola maccherone ha a che vedere col greco makarios (felice) e aionios (eterno). Qualcosa del genere racconta anche Matilde Serao in Leggende napoletane. Makaria significa anche impasto di farina e acqua.
Quale augurio di sempiterna felicità al defunto, espresso sottoforma di pasto liturgico votivo, i maccheroni venivano consumati nell’antica Grecia, in presenza delle spoglie del trapassato (per favi un’idea leggetevi il sonetto L’Invito* di Aldo Fabrizi). In occasione delle veglie funebri si serviva abitualmente un cibo, fatto di sottili strisce di pasta, arricchite con miele spezie e frutta secca.
Questa consuetudine raggiunge l’Italia centrale dal mondo ellenico, attraverso i contatti culturali e commerciali tra i greci e gli etruschi. In effetti, questi ultimi, che non hanno lasciato molte testimonianze scritte, abbellivano però con pitture le loro sepolture; le rappresentazioni iconografiche e alcuni ritrovamenti archeologici nelle necropoli perugine,  confermano l’usanza. La presenza di strisce di pasta di acqua e farina (maccheroni!) addirittura all’interno delle tombe, sembra ricordarci come i familiari volessero rendere partecipe il trapassato dell’ultimo pasto che consumavano con lui.
I romani, con il loro culto dei Lares familiares, trascinano la tradizione dei defunti fino alle festività natalizie (Sol Invictus), tanto che durante la ricorrenza dei Siglillaria, che cadeva il 20 dicembre, si scambiavano in dono di buon augurio, delle statuette di coccio (sigilla), effigi appunto degli antenati protettori della famiglia.
Cosa sono i maccheroni dolci? Si tratta di un pasticcio o timballo dolce, freddo, che prende la forma del recipiente in cui viene preparato. Essi assumono l’aspetto di un disco, adagiati in uno strato omogeneo su di un piatto piano; le sembianze di cupola si conferiscono usando una ciotola; si possono far assomigliare a un cono vulcanico con lo stampo da budino o da savarin. Quello che conta è il gusto, veramente antico di spezie e dolcezza, che una volta l’anno, a novembre e dicembre, si riaffaccia recuperato sulle tavole della tradizione. E meno male, almeno questo, visto che il nostro distratto quotidiano non li contempla più da secoli.
Nelle zone a cavallo dell’Appennino centrale e dei monti Martani, si preparano con varie differenze circa il formato della pasta, ossia tagliatelle, strangozzi, qualcuno usa la pasta corta, o addirittura gli gnocchi; e con poche varianti nel condimento, fatto di spezie, miele, frutta secca, ma successivamente lungo i secoli anche di zucchero, cacao, alchermes e via elencando.
Le ricette cambiano da luogo a luogo, anche secondo le diverse consuetudini familiari. Usanze che ancora resistono all’incedere del tempo, così come non viene meno il perfetto abbinamento coi vini dolci del territorio, sia il Sagrantino Passito, che la Vernaccia di Cannara, o il Vin Santo di Trebbiano Spoletino. Vini del sacrificio e della festa; concetti tra loro connessi, che spesso ricorrono nelle liturgie commemorative pagane e cristiane.
E allora facciamolo questo sacrificio: consapevoli della loro ascendenza nei millenni, compiamo il rito di mangiare i maccheroni, per la eterna beatitudine. Ma la prossima volta che li assaggeremo, avremo le fauci di un T-Rex o di un coccodrillo?

* L’invito

Nun m’aricordo bene in che paesetto,
quanno che mòre un capo de famìa,
er parentado je fà compagnia,
facenno un pranzo intorno ar cataletto.

La tradizione vo’ che ‘sto banchetto,
preparato durante l’agonia,
se faccia, senza tanta ipocrisia,
cor medico, cor prete er chierichetto.

Doppo li pianti la famìa se carma
e ar punto che la pasta viè servita,
se brinda a la salute della sarma.

Poi c’è l’invito pe’ nun faje un torto
e si a st’invito nun ritorna in vita,
significa ch’er morto è proprio morto.

Aldo Fabrizi

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