Non esistono più le mezze stagioni, e il detto vale anche per un Paese che non ha mai avuto le stagioni.
Così anche a Singapore il clima pare far le bizze, i monsoni sono arrivati in anticipo e con loro le piogge (la vicina Thailandia è in gran parte sott’acqua) a incrociare temperatura elevate (giorno e notte sui 30°) e umidità marine (90%), per un ambientino decisamente complicato, più adatto ai funghi che agli uomini, che svela in due minuti come l’invenzione più importante per il Paese sia stata, di gran lunga, l’aria condizionata.
La domanda nasce allora spontanea: che c’azzecca questo posto col vino? Come si può avere voglia di sgargarozzare alcol e tannini quando fuori sembra abbiano acceso un gigantesco asciugacapelli? Potenza della globalizzazione, di un’isola-città-stato che ha fatto delle libertà economiche la sua ragion d’essere, frequentata da un groviglio di manager delle più importanti aziende del vicinato che moltiplicano ogni giorno i suoi 4 milioni e mezzo di abitanti, oltre che da turisti famelici e vogliosi di simboli occidentali (Hong Kong e la Cina sono a un tiro di schioppo, appena 3 ore di volo) che riempiono delle “marche” più blasonate le vetrine dei Mall (Prada, Chanel, Yves Saint Laurent, Ferragamo, Cartier, Bulgari, Gucci, Hermès e chi più ne ha più ne metta), all’interno di palazzi e grattacieli modernissimi, figli di alcuni dei più importanti architetti in circolazione.
Facile immaginare quali vini si incontrino in giro, quali vadano per la maggiore, e che status symbol rappresentino. Per farla breve, ho visto più vecchie annate di Premier Cru di Bordeaux in questi quattro giorni che in tutto il resto della mia vita, la lista dei Borgogna fa impallidire i migliori locali di Beaune, le verticali di Sassicaia e Masseto sono un bene di prima necessità al pari dell’acqua e Gaja è venerato come una sorta di divinità arrivata da un altro pianeta. Impressionante.
Eppure, nonostante le apparenze più scontate, qualcosa si muove nel patinato mondo vinicolo singaporiano. Qualche spiffero di crisi ha reso l’aria più frizzante (solo in senso metaforico, purtroppo), incrinato la fiducia nel luminoso progresso e fatto saltare qualche tappo di Champagne in meno. Accanto a questo una nuova generazione di appassionati comincia a fare capolino, nemmeno troppo timidamente. Forse in maniera più autentica rispetto ai bevitori del passato, alla ricerca di emozioni vere e piaceri meno artificiali. Con qualche spiccio in meno in tasca ma molto più vogliosa di andare al cuore della faccenda. Più bevitori di vino che di “etichette” insomma.

Una situazione nuova, che sta letteralmente scompaginando i piani e gli investimenti milionari dei ristoranti e delle loro carte dei vini, in certi casi impressionanti ma più o meno standardizzate, facendo perdere il sonno ad FB Manager terrorizzati dalla tendenza, che vede sempre più clienti portare il loro vino da casa (la fee per il servizio si aggira sui S$50 nei ristoranti top).
Siamo ancora lontani dall’equilibrio, e forse la piena maturità non arriverà mai, però dei movimenti ci sono. Nei giorni di Wine For Asia, una fiera che si è tenuta nei giorni scorsi e in cui ero stato chiamato a tenere una specie di degustazione – seminario sul vino Italiano (“The Unheard Story of Italian wine”, alla faccia di quelli che continuano a dire in giro che sono stato un mese a Londra solo per la pinta quotidiana…) ho chiacchierato con un sacco di appassionati del posto, in certi casi ben informati e competenti, vogliosi di nuove esperienze, magari più autentiche e alla portata.
Il vino sta cambiando anche da queste parti, non c’è dubbio, ma la rivoluzione è ancora all’inizio. Per ogni persona (giovani in gran parte) alla ricerca di autenticità e produzioni artigianali c’è un manager di ristorante che fa di tutto per rallentare il nuovo che avanza. L’avanguardia sono i privati, insomma, ma la vita si annuncia ancora piuttosto dura per le piccole aziende che volessero esportare bottiglie da queste parti. Però vale la pena provare: forse è meglio essere i primi di domani che gli ultimi di ieri…
PS: La foto di testa immortala lo skyline notturno della baia di Singapore. E’ stata scattata da una delle terrazze del Marina Bay Sands, il più grande resort dell’Asia, situato nel cuore della City. Tre torri di 55 piani, con 2.560 stanze di lusso, una specie di “barca” appoggiata sopra che ospita il Sands Sky Park, i suoi giardini tropicali, l’osservatorio e la più grande piscina infinity del mondo costruita a 200 metri d’altezza.

Raffinato ed evoluto esempio di Marketing con occhi a mandorla nei giorni di Wine For Asia


