Le geometrie del vino umbro

Se lo dice Gillo Dorfles, professore di estetica, critico d’arte, fondatore nel 1948, insieme a Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet, del Movimento per l’Arte Concreta, sarà certamente vero che il tempio rotondo al dio Bacco (per intenderci la tartaruga disegnata da Arnaldo Pomodoro) è un capolavoro, che dà lustro all’intera regione.

In architettura consideriamo opere d’arte quelle che si armonizzano con lo spazio che le circonda. Le campagne bevanati si sposano perfettamente con l’opera in questione. Anzi, sono proprio i terreni vitati e le docili colline di Castelbuono – e non viceversa – a rendere la pagoda godibile, quanto il Sagrantino che contiene.

Il vino tira, si sa, specialmente gli artisti. Soprattutto se la committenza si chiama Lunelli: Ferrari di Trento, per intenderci, quella delle bollicine made in Italy, dello Spumante abbinato all’arte, delle 31 bottiglie “Pop Art Artist Doc” interpretate da Mimmo Rotella, Ugo Nespolo e Marco Lodola. Attenzione però, parliamo di una azienda leader, con gli sghei investiti al posto giusto (si spera) e al momento giusto. Perché senza quelli ti dovrai accontentare del geometra di “sotto casa”, piccolo viticultore locale a caccia di gloria e di contributi pubblici, indispensabili per mettere in piedi una qualsiasi struttura produttiva. Il vino sta diventando come l’olio. A farlo come si deve non rende troppo.
Ha ragione Dorfles quando scrive che nessun italiano “con un minimo di interesse culturale e di sensibilità estetica, dovrebbe ignorare quella incredibile fascia appenninica tra Umbria Toscana e Lazio dove si annidano le stupende e misteriose cittadine di Spello, Gubbio, Umbertide e Foligno, oltre, ovviamente a Perugia e Assisi“.
Il vino, la storia, l’ospitalità, l’integrazione del territorio e il rispetto dell’ambiente, fanno il resto. Ma non basta lasciarli colloquiare. Meglio se tutte le cantine, da Orvieto a Montefalco da Torgiano ad Amelia, le firmassero architetti di chiara fama o le facessero più belle le opere d’arte, come ad Ama, nel Chianti, dove hanno lasciato la loro impronta Michelangelo Pistoletto, Giulio Paolini, Louise Bourgeois, Chen Zhen, Cristina Iglesias, Carlos Garaicoa, Anish Kapur, Daniel Buren e dove Kendell Geers, ha istallato la sua rossa impronta luminosa, che si legge “Noitulover”, e al rovescio, curiosamente, “Revolution”.
A quando una rivoluzione dell’universo (enologico e paesaggistico) umbro? Non possiamo permetterci i Calatrava, i Gehry, i Piano, i Foster e i Rogers? La crisi attanaglia il settore, le cantine implodono di prodotto e i geometri scalpitano! Chi vorrà godersi i Guggenheim enologici si rechi a Suvereto, Toscana, per visitare Petra di Terramoretti, concepita da Botta, opera che esprime perfettamente la fusione tra l’edificio, le vigne e il vino; o in Piemonte per vedere l’Acino dei Ceretto; o a Caldaro, Alto Adige, per stupirsi davanti al Winecenter progettato dal laboratorio di architettura Feld 72; o a Gavorrano di Grosseto, per visitare l’opera di Renzo Piano, commissionata da Rocca di Frassinello (nella foto in alto la suggestiva barricaia).
Siparietto. I cugini toscani sono al terzo posto tra le mete enoturistiche mondiali, perché a partire dagli anni Sessanta si sono concentrati sul binomio vino-paesaggio, di cui i vagabondi del gusto non intendono fare a meno. In Umbria il settore presenta uno spiccato potenziale di sviluppo turistico. Sebbene, diciamocela tutta, il trend è in lieve flessione rispetto al decennio passato.
Colpa dei produttori? Della crisi? Delle politiche sbagliate? Cosa ci manca – a parte gli sghei – rispetto alla Napa Valley californiana, alla Barossa Valley del tanto decantato sistema Food and Wine Tourism australiano? Forse ci manca un po’ di programmazione a partire dai progetti strutturali delle cantine, anche se è vero che gli archistar non lavorano per la gloria.
Ma il nostro sistema ne ha capito l’importanza? In fin dei conti di cantine se ne sono costruite tante. Nel ridefinire il concetto di ospitalità, legittimamente diretto alla promozione e alla vendita del prodotto (il Cellar Doors australiano, per intenderci, ovvero il concetto della cantina aperta al pubblico tutto l’anno) va considerata l’attrattiva architettonica.
I dettagli agronomici, la vendemmia, l’affinamento e la degustazione intrigano. Ma necessita soprattutto una riflessione verso concezioni più moderne, come la funzionalità, la sostenibilità, il risparmio energetico e i rendering, che di per sé costituiscono attrazione e lasciano trasparire la capacità del produttore a “costruire” il vino, in perfetta armonia ambientale. Facciamoci un pensierino, senza nulla togliere al geometra di casa.

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