Non solo zolle

Pubblico con piacere uno scritto bello ed evocativo di Giovanni Picuti, avvocato folignate, penna colta ed elegante,  gastronomo “reazionario”…

In questo dicembre freddo, ma di poca neve, le terre del Sagrantino hanno spento le loro luci. Si direbbe che qualcosa qui corrisponda, tra lineamenti e sostanza, tra qualità della vita e paesaggio, all’immagine del gentiluomo di campagna, calato nel classico pied-de-poule. Ma in Umbria le vigne le governano in tuta da lavoro, di quelle spacciate dalla Coldiretti, che i contadini dopo averle dismesse usano per farne spaventapasseri.
Non è vero che una stagione è più brutta di un’altra, un mese più tedioso di un altro. A rendere migliori o peggiori le stagioni sono i conti, che incidono sull’economia dei contadini, ma anche su quella degli operai e degli artigiani. Chi lavora con le mani lo sa. In questi giorni inizia la potatura, non solo delle vigne. Tutt’intorno una soavità di colli e di bricchi, un profumo sprigionato dalle forze del sottosuolo, dagli umori della terra, che s’arresta tra Fabbri e Scacciadiavoli, per smorzarsi giù, verso la piana, tra gli argini tartassati dalle recenti piene, contenute a stento dalla lungimiranza dei padri bonificatori.
Valle Umbra, terra unica, frutto di progressive canalizzazioni. Chi la spezza con l’aratro, trova sassi rotondi, anche in profondità e qualche metro di humus pietrificato, una volta mare e oggi mare di vigne e prefabbricati. La bassa montefalchese testimonia le nostre origini acquatiche, che affondano nei millenni, oggi quasi scomparse, com’è scomparsa una classe operaia, forza produttiva, politica e dunque sociale, che una volta si sapeva bene a chi dava voto. I tempi sono cambiati, oggi la ricomposizione tra il lavoro e la vita reale va ricercata altrove. Sicuramente non nei precari luoghi di aggregazione, negli stereotipi imposti dai media, negli sguardi confusi ed ambigui di chi abita le periferie, dove i palazzi non si contano e i capannoni – che non riescono più a turbarci – costituiscono il risultato peloso del degrado amministrativo, urbanistico, ma soprattutto sociale.
L’artigianato in Umbria è dissolto e la campagna costituisce ormai una risorsa dalle modeste prospettive, specialmente da quando è crollato il mercato delle suggestioni. Il Sagrantino, prima di tutto. Il vino ha costituito un miraggio legato al piccolo territorio interessato, una lusinga data a “bere” insieme all’arte, alla gastronomia e al paesaggio, senza una convincente programmazione.
Le eccellenze non sempre producono reddito, aiutano a campicchiare. Fino agli anni Sessanta sull’agricoltura ci campava il settanta per cento della popolazione umbra. Oggi questa regione, ignara di sé, ha bisogno di ben altro, che stampe ottocentesche da appendere alle pareti consumate della sua storia…
Giovanni Picuti

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