Chiamatemi Patriarca

“Non sono Mosè, chiamatemi Patriarca” (Cit. La fine del Mondo – La Smorfia –  1979). E’ la frase che mi è venuta in mente quando il Prof. Attilio Scienza, la mattina del 19 Novembre, mentre un minibus ci portava a Taurasi (AV), tentava di spiegarci cosa intendesse con la parola Patriarca.

Patriarca era colui che guidava, colui che nell’antichità tracciava il percorso da seguire, che dava conforto a chi smarriva la retta via. Reale o spirituale che fosse.
Una pianta, e nello specifico una vite, può essere una guida? E nel caso, chi o cosa dovrebbe guidare? Ecco, a queste domande ha cercato di dare risposte uno studio che Feudi di San Gregorio ha svolto con il CIRIVE dell’Università degli Studi di Milano.
Il progetto ha portato all’individuazione di viti, probabilmente centenarie, nell’areale di produzione dell’Aglianico del Vulture, in Basilicata; in quello dell’Aglianico del Taburno, in provincia di Benevento, e in quello del Taurasi, in Irpinia.

Durante la giornata ho capito, innanzitutto, che definire l’età di una vite non è affatto facile, dato che non è misurabile con i classici cerchi rinvenibili all’interno dei tronchi delle piante, vista l’assenza degli stessi.
Che la relazione pianta grande = pianta vecchia non è una verità assoluta. Dipende dalla varietà, ma soprattutto dal sistema di allevameto. Ho capito che le vecchie viti sono dei veri e propri monumenti da conservare e salvaguardare, e non solo perché con le vigne vecchie si fa buon vino (come ricordano alcune recenti ricerche, specie nei vitigni a bacca rossa, viti di 40-50 anni producono vini migliori di viti di 7-8 anni in quanto tollerano meglio le variabili dell’annata).
Ho capito che sono quelle piante a conservare, nel loro DNA, i geni dei padri dell’aglianico moderno. La loro individuazione, seguita dalla selezione di un centinaio di piante che ne custodiscono il corredo genetico e ampelografico, è solo in piccola parte, sostengono i promotori, una questione commerciale ma determina la possibilità di salvaguardare l’antica variabilità intravarietale dell’aglianico, mettendo a disposizione un’importante riserva genetica da utilizzare per la creazione di nuovi cloni, verosimilmente più resistenti a malattie e virosi.
Scienza ha ricordato che la longevità di quelle viti è spiegabile, in parte, dalle forme di allevamento adottate: in Vulture ad alberello e nella zona del Taurasi a pergola o tennecchia avellinese. Forme ritenute non adeguate, oggi, a produrre vini di una qualche ipoptetica qualità. Però questi tipi di potatura non prevedevano tagli sul tronco vecchio ma solo sulle parti più giovani, e dunque non provocavano dannose cicatrici.
Il progetto “I Patriarchi”, iniziato nel 2008, ha portato anche alla vinificazione di uve provenienti da vigne vecchie nei due areali ritenuti più interessanti (Taurasi e Vulture) ed è solo uno dei nuovi esperimenti dei Feudi.  Un altro, per dire, riguarda la zonazione dei terreni dell’areale del Taurasi, del Greco di Tufo e del Fiano di Avellino.
Ma questa è già un’altra storia, per ora ci teniamo stretti i nostri Patriarchi. Forse non ci porteranno sulla luna ma sicuramente ci permetteranno di non sbagliare le scelte agronomiche che verranno compiute d’ora in poi.

Post Correlati

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.