
Tra i tanti tormentoni che solcano la storia enogastronomica mondiale (sono in vena di esagerazioni, no so se si è capito), c’è sicuramente quello della falsa origine dei prodotti.
E allora i grandi vini francesi, piemontesi e toscani sono frutto del taglio con i potenti rossi del sud (mai sentito parlare della mitica “ferrovia del vino, in Irpinia?), il tartufo bianco di Alba arriva da Città di Castello e quello nero di Norcia è in realtà campano.
Un bel guazzabuglio? Niente in confronto ai fenomeni prodotti dalla globalizzazione degli ultimi anni: funghi rumeni, tartufi cinesi, ortaggi asiatici e pesci di chissà dove spacciati come locali.
Quello dell’origine è un problemone difficile da risolvere.
Ma proprio per i tartufi, la contraffazione pare avere i giorni contati. Una ricerca italo-francese ha permesso di tracciare la mappa del Dna del prezioso tubero, rendendo di fatto possibile l’identificazione della provenienza.
Lo studio è partito nel 2007, quando una cinquantina di ricercatori italiani e francesi si sono riuniti in un consorzio e l’hanno avviato, conducendolo poi nel centro di ricerca per i sequenziamenti genomici Genoscope. Alla mappa hanno lavorato gruppi del Cnr di Torino e Perugia e le Università di Parma, Torino, Bologna, L’Aquila, La Sapienza di Roma e Urbino.
Il risultato è “un tracciato che permetterà di avere a disposizione migliaia di marcatori: impronte genetiche in grado di tracciare i tartufi sulla base della provenienza, fornendo una sorta di certificazione del prodotto da usare anche come strumento anti-frode. I marcatori genetici forniranno anche informazioni essenziali sulle regioni del genoma responsabili dell’aroma. Grazie alla mappa, inoltre, sono chiari i meccanismi dell’alleanza fra i tartufi e le radici di alcuni alberi, come quercia, nocciolo, salice o leccio”.
Anche il legame origine-profumo, e sensazioni organolettiche in genere, è ad un passo dall’essere catalogato.
Pensavo: e se avvenisse anche per il vino? Sarebbe davvero un bel problema…:-)

