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Spazio all'anno nuovo e un Sassicaia '88 da ricordare

Non sono uno che butta via le cose a cuor leggero. Neanche quelle ormai inutili, le scartoffie impolverate e le cianfrusaglie vere e proprie. A volte mi impegno a fare un po’ di ordine e spazio ma poi non riesco ad arrivare fino al bidone:

un ricordo qui, un vecchio regalo la, appunti che possono sempre tornare buoni, e perfino computer preistorici (ho ancora il mio primo Vic 20).
Stamattina però ho fatto piazza pulita. Mi sono alzato dell’umore giusto e con la radio in sottofondo ho trovato il coraggio di buttare dalla finestra un po’ di passato. Ho pensato che potesse essere catartico, specie in questi giorni; un modo piuttosto banale di dare una rinfrescata e fare spazio all’anno nuovo.
Senza raggiungere i livelli di feticismo di qualcuno che conosco, mi capita di conservare per mesi, a volte anni, anche qualche bottiglia vuota particolarmente gradita, capace di lasciare il segno e di staccarsi dalle altre che invece finiscono subito nella campana del vetro.
Dunque, oggi mi sono ritrovato tra le mani un Sassicaia che ho bevuto l’anno passato (oddio, ne ho bevuti di più ma questo è l’unico che ho conservato), di un’annata considerata a ragione tra le migliori mai prodotte, se non la migliore, e che in Toscana e nel centro Italia in genere raramente regala vini meno che molto buoni: la 1988.

A dire la verità vera di Sassicaia ’88 ne ho bevuti un paio l’anno scorso. Entrambi alla cieca, entrambi capaci di suscitare le stesse sensazioni e lo stesso punteggio, per quel che può significare un numeretto (che per la cronaca è 96).
Un vino che racconta la bellezza del tempo che passa quando si ha la pelle dura, splendidamente ancorato a vibrazioni campagnole di terra, macchia e sangue, in eccitante rapporto dialettico con cenni nobiliari di spezie, tabacco e tartufo. E poi solo un accenno di erbaceo elegantissimo (ormai secco)  che sembra rosmarino, sostenuto da un frutto rosso ancora perfetto. Anguria, direi, che ha in se note dolci e voluttuose che si fanno più verdi e acide man mano che si scende verso la buccia. Un rosso profondissimo, figlio di un’idea ma anche della sua terra. Almeno così mi pare dopo aver visto la sua vigna primigenia, altissima e racchiusa dal bosco.
Ho preso la bottiglia, c’ho messo il naso dentro e l’ho tenuta un pò tra le mani. Poi ho pensato che di vetro ne avevo già buttato tanto, che la campana era di certo piena e che degli anni ‘80 avevo appena sacrificato il Vic 20

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