Un anno di vino. Doppietta allo scadere

Anche se il sogno è finito, gli ultimi vent’anni da tifoso del Perugia sono stati entusiasmanti. Promozioni, tra cui alcune in spareggi memorabili, Serie A vissuta ad alti livelli e diverse imprese fuori dall’ordinario, con tanto di scudetto scucito dalla maglia della Juve all’ultima giornata, la coppa Uefa e via discorrendo.

Non so come funzioni esattamente la play list dei ricordi ma, nonostante tutto questo ben di Dio, quando aziono la leva delle emozioni pallonare mi viene in mente un Perugia – Bologna datato 28 gennaio 1996, ventunesima giornata del campionato di Serie B.
Una partita a due volti, giocata malino per un’ottantina di minuti, tanto che eravamo sotto di un gol, che improvvisamente si è riaccesa sul finire, con una pressione tambureggiante sotto la curva gremita: gioco di prestigio e gol di Allegri (attuale tecnico del Cagliari) da trenta metri per l’1 a 1; rovesciata in mischia del bomber Marco Negri all’ultimo tuffo, con l’arbitro già pronto a fischiare la fine dopo 4 minuti di recupero, gol della vittoria e tripudio. Ricordo che quel pomeriggio non ne volevamo sapere di uscire dallo stadio per godercela il più possibile.
L’ultima bevuta seria dell’anno è stata un po’ come quella partita, con due lampi capaci di azzerare e allo stesso esaltare il lavoro e gli assaggi dell’intera stagione. Doppietta al novantesimo, a tempo quasi scaduto e festa in stile carioca. A galvanizzare il tavolo ci hanno pensato due autentici fuoriclasse francesi, soffiati alla concorrenza nell’ultima sessione di mercato grazie alla formula dell’azionariato popolare stile Barcellona e alla maestria del direttore sportivo De Cristofaro, che ha ben investito il gruzzoletto dei soci. Chi sono i due frombolieri? Clos Rougeard Le Bourg 1990 e Haut Brion 1989.

Più sbarazzino e guizzante il primo, cresciuto sui campi verdi del Saumur Champigny e alle premure dell’equipe Foucault,  capace di sorprendere tutti con la sua anima fresca e vibrante, nonostante l’età. Dapprima si fa strada quasi timidamente, con cenni di mandorla, senape, rosmarino e marjiuana, un frutto chiaro e raffinato, poi via via si fa più incisivo e mostra nuance di sandalo, cuoio e cenere. Ma soprattutto una bocca che invita a non interrompere il sorso, forse anche grazie a un passo snello ma sicuramente carezzevole, capace di arrivare in porta da solo a forza di finte e dribbling da giocoliere (Per la cronaca la ’90 è annata mito per questo vino, l’ultima prodotta con le vecchie vigne prima della gelata che le ha praticamente distrutte nel ’91. Sempre per la cronaca questo è uno dei miei vini del cuore: eventualmente capitasse non mi farei scappare il 2002).
Ma è Haut Brion ’89 a far impazzire il pubblico che al suo ingresso pareva voler intonare la marsigliese. Un capolavoro in grado di spostare l’asticella dei ricordi su qualcosa di “altro” rispetto al conosciuto. Un liquido che non pare neanche più appartenere alla “categoria vino” per le traiettorie che dimostra di saper disegnare. Scurissimo e catramoso sulle prime, quando però non ha ancora finito il riscaldamento, esce lentamente alla distanza in una serie di evoluzioni, cambi di passo e trasformazioni che lasciano sbigottiti. E allora ecco che il goudron si fa elegante e il tartufo bianco è sempre più accompagnato da un frutto che cresce, si rinfresca e si schiarisce, in un orgasmo multiplo di fiori, cassis, sensazioni iodate e marine. Tutto in souplesse, senza mostrare troppo i muscoli che pure ci sono, ma giocando di fino, usando con lo stessa grazia fioretto e sciabola, come i veri fuoriclasse, appunto, che fanno sembrare facili le peripezie più complicate (PS1: sono convinto che se non l’avessimo bevuto tutto quel cavolo di vino sarebbe ancora li a trasformarsi e a tirar fuori profumi, sogghignando del nostro stupore; PS2: mentre assaggiamo Haut Brion Radio Capital passa We are the Champion, prima, e Wish You Were Here,  facendoci capire che lottava insieme a noi…)
I due vini di cui sopra hanno rischiato di oscurare il resto delle bottiglie, alcune delle quali in realtà eccezionali. Eccole nel mio personale ordine di gradimento:
Domaine Trapet Pere et Fils – Chapelle Chambertin 2001
Castello di Ama – Chianti Classico Vigneto Bellavista 1995
Mastroberardino – Taurasi 1988
Chateau Montus – Madiran Cuvée Prestige 1990
Antinori – Solaia 1996
and more…
A fine degustazione, quando eravamo alle prese col panettone e l’Asti De Miranda ‘06, Radio Capital ci ha dedicato Nothing Else Matters dei Metallica. Annata 1992

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