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Chianti Classico Collection 2026: impressioni a caldo

CCC 2026 - foto di apertura rid

Diciotto post-it volanti sulla Chianti Classico Collection 2026:

1) Assaggiare, pardon bere Chianti Classico continua ad essere una delle cose più divertenti da fare in un lunedì-martedì fiorentino di metà febbraio.

2) Quali jolly giocarsi in tempi di instabilità politica, socioculturale, commerciale, generazionale e affini? Moscato d’Asti e Chianti Classico “Annata”, of course.

3) A proposito di Chianti Classico “Annata”, la 2024 sembra davvero una vendemmia assai sfiziosa per la tipologia: vuoi vedere che le piogge torrenziali finali (oltre 300 mm nel bimestre settembre-ottobre, di gran lunga il più bagnato del quindicennio 2010-2025) fossero proprio ciò che serviva per stemperare gli effetti di un’estate invece torrida?

4) Dimentichiamo comunque 2008, 2014, 2018 e altre annate piovose: i migliori 2024 sono tutt’altro che rossi scarichi o linearmente verticali. Anzi, belli sodi, vispi e pimpanti: mediterraneo-collinari nel senso più gustoso del termine.

5) (per capire la nuova annata, come sempre, basta assaggiare il Chianti Classico di Badia a Coltibuono: da decenni il benchmark più esatto e infallibile che ci sia nella denominazione).

6) Decisamente più altalenanti i 2023, spesso scissi tra timbri caldi e trame immature, concave, asciutte. Le eccezioni ad ogni modo non mancano ed era quasi impossibile fare di meglio in un’annata tanto estrema, non solo per le infinite piogge tardo primaverili e per la peronospora.

7) Eccezioni alla regola, non poche, permettono anche alla 2022 di non essere bollata solo come vendemmia tropicale dal fiato corto. I migliori sono sì tendenzialmente “sudisti” e orizzontali, ma hanno spalla e fibra sapida adeguata per giocarsi efficacemente la partita mediterranea. Dopo di che, il gruppone si conferma affollato di rossi sfibrati e faticosi, specie per le sensazioni alcoliche brucianti.

8) Se dieci anni fa mi avessero detto che i Chianti Classico Gran Selezione sarebbero diventati questa cosa qui, bellissima, avrei subito chiamato dei signori vestiti di bianco per far indossare una camicia con i bottoni sulla schiena all’oracolo di turno.

9) Non solo cresciuta esponenzialmente per livello medio, picchi di eccellenza, coerenza stilistica: la tipologia sta riuscendo nel miracolo di tenere virtuosamente insieme grandi e piccoli, portaerei e artigiani, storici ed emergenti, selezioni d’ispirazione “château” e cru-single vineyard di serissima evocazione territoriale, con o senza UGA rivendicate in etichetta.

10) È però siamo in tanti a pensare che la Gran Selezione sarebbe difficilmente diventata così trasversale senza il filo rosso del Sangiovese e la bussola delle Unità Geografiche Aggiuntive. Nonostante il work in progress (chissà se e quando si estenderanno ai Chianti Classico “Annata” e Riserva), nonostante una parte degli addetti ai lavori, specie stranieri, le interpreti ancora – sbagliando – come la didascalia che serve a dire Greve sa di questo e Castellina sa di quello.

11) In ogni caso l’identità stilistica di alcune UGA è fortissima, e mica da oggi: ad esempio San Casciano e Lamole, giusto per citare due aree dove prendono forma un sacco di vini non solo sempre più buoni, ma legati da un filo rosso riconoscibile anche per il neofita, o quasi.

12) (Flaccianello della Pieve, Pergole Torte, Cepparello e compagnia: non credo che li vedremo mai vestiti con la fascetta del Gallo Nero, come era nell’auspicio di chi pensò alla nuova tipologia del Chianti Classico. Intanto, però, che bello vedere un sangiovese mitologico come il Querciagrande di Podere Capaccia con l’etichetta Gran Selezione e la UGA, dall’annata 2021).

13) Appare invece alla ricerca di una “ricollocazione” la tipologia Riserva, che in molti casi rappresenta il vino meno interessante delle gamme aziendali. Una tendenza in corso già da qualche tempo e probabilmente inevitabile, nel momento in cui il Chianti Classico “Annata” funge da biglietto da visita goloso, accogliente e spensierato (oltre che conveniente sul fronte prezzi) e la Gran Selezione diventa un vero vertice della piramide a 360 gradi.

14) A quale ruolo e funzione d’uso può dunque puntare la Riserva per affrancarsi dalla scomoda posizione di tipologia “intermedia”? Apriamo dibattito.

15) Anche quest’anno alla Collection tante cantine giovanissime, che hanno iniziato ad imbottigliare nell’ultimo lustro. Tra gli emergenti di cui abbiamo parlato poco finora, ma senz’altro da tenere d’occhio: L’Acero (Castelnuovo Berardenga-Vagliagli, prima annata 2019 dopo una 2016 semi-sperimentale) e Tenute Selvolini (Radda, prima annata 2020).

16) (La 2020 è stata anche la prima annata di Calcamura, che facciamo però fatica a considerare una novità, ormai: riassaggio della Gran Selezione 2022 semplicemente entusiasmante, tra i grandi vini recenti di tutto il Chianti Classico).

17) Anche quest’anno alla Collection tante cantine veterane, che sembrano aver avviato nuovi brillanti percorsi dopo periodi più statici. Tra i “ritorni” di cui abbiamo parlato poco finora, ma senz’altro da tenere d’occhio: La Montanina (Gaiole, primi imbottigliamenti negli anni ’70 e nuovo inizio nel 2011 dopo alcuni anni di stop) e Borgo La Stella (Radda, prima annata 2009).

18) Assaggiare tanti vini nelle migliori condizioni, con un’organizzazione a dir poco complessa, eppure perfetta: non è e non sarà mai scontato, per cui solo un immenso grazie a chi lo rende possibile.

% Commenti (1)

Che farà la Riserva? Forse con l’estensione dell’UGA a tutte le tipologie potrà avere una seconda possibilità. Ma temo che non basti. Magari potrebbero reintrodurre le uve bianche, autoctone ovviamente.
La mia Riserva era il mio vino di punta, ma con l’avvento della GS era come se fosse declassato. Escluso dalle degustazioni più importanti, dimenticato, mobbizzato. “Se non fai GS non puoi fare questo o quello”. Il mio animo donchisciottesco (povera me che difetto che ho) mi portava a rifiutare questa nuova denominazione caduta dall’alto dove solo il tempo e l’estratto secco la caratterizzavano. Quando hanno cambiato il disciplinare e hanno permesso solo l’utilizzo di uve autoctone nella GS, il mio vino di punta ha trovato un’altra casa e una nuova etichetta, anzi due. Per il momento a Pomona una Riserva non ha motivo di esistere. Sono troppo piccola per fare una scelta di uve, non posso togliere le uve migliori al mio vino più importante che è l’annata. Ci vuole una rivoluzione, ci vuole sempre

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