
Data l’amicizia che mi lega a Giovanni Ascione, ho scritto-chiacchierato del suo Sabbie di Sopra il Bosco molto meno di quanto avrei voluto e fatto per altri vini così tanto nelle mie corde.
Ora che la sua avventura con Nanni Copé è conclusa (ma non quella di “jolly” enoico, in varie forme), mi sento finalmente libero di cantarne ad ogni occasione le egregie cose che il forte animo accendono, o Pindemonte.
Nel gioco delle assonanze, il 2011 è sempre stato il più mediterraneo della sequenza. Magari meno profondo e “completo” del 2010, ma da subito godurioso, viscerale, schioccante, e mai calato di un millimetro. Mi/ci ha fatto più volte pensare all’oppiaceo Châteauneuf ’99 di Clos du Mont Olivet, buonissimo all’uscita e buonissimo dopo venti e passa anni, cambiando pochissimo e restando sempre in quello stato di grazia espressiva ed esistenziale dove si incontrano gioventù e maturità, dolcezza e contrasti, carnalità e ammore.
Il vino che citavo e soprattutto stappavo sempre, finché non è finito, per contestare l’assioma del “se è troppo piacevole all’inizio, poi non durerà”. Enorme fesseria.
Il Sabbie 2011 lo sostituisce alla grande come bottiglia grimaldello. Praticamente identico a com’era, irresistibile, quando fu immesso sul dark web nel 2013. E, al di là di tutte le presenti pippe mentali, uno di quei vini che non hanno bisogno di essere spiegati o interpretati, perfetti da stappare quando a tavola c’è sia il neofita che il nerd all’ultimo stadio. Perché Luca Maroni ha fatto anche cose buone, perché il frutto turgido, saporoso e grondante lo capiscono e apprezzano tutti, e non è che lo si generi proprio così facilmente.


