
È nota, ne parlavano Augias e Barbero proprio l’altra sera, la mia generale idiosincrasia per l’annata 2017. Le eccezioni comunque non mancano, fortunatamente: il Taurasi di Pietracupa e il Vulture Cruà di Basilico, restando dalle mie parti, con i Barolo di Roberto Conterno a fungere idealmente da capobranco.
Pienamente convincenti, non solo in rapporto all’annata torrida e per lunghi tratti asciutta: superiori, e non di poco, ai corrispettivi 2016 (in particolare Francia) plasmati da una vendemmia sulla carta assai più favorevole. Niente di strano: i ribaltamenti delle ipotetiche gerarchie millesimali sono all’ordine del giorno a casa Conterno, come segnalano anche alcune scelte sui Monfortino prodotti o meno (2002 e 2014 sì, 2016 no, just to say). E, più in generale, vini magnifici in annate non così celebrate (qualcuno ha detto Arione 2015?) e magari altri meno sfavillanti del previsto in annate annunciate in pompa magna (penso ad esempio a Monfortino 2013, oltre che ai già citati 2016).
Fitto, polposo, tonico, salato, gaudente: Francia 2017 è un Barolo da salsiccia e friarielli o maialata con pepaine e patate, più che da carne cruda, finanziera e brasato. Ovvero: in tutto e per tutto – aromaticamente, tattilmente, epaticamente – un buonissimo rosso sudista. Poi, possiamo fare finta che i Barolo siano sempre stati così e che siano uguali a quelli di vent’anni fa (ma vale lo stesso ragionamento per Borgogna, Bordeaux, Montalcino, Chianti Classico o quel che ci pare). Oppure ne possiamo parlare laicamente, serenamente, senza dover ricondurre per forza tutto a un televoto meglio/peggio, trionfi/macerie, eletti/esclusi.
Non è solo per i prezzi e per Salvini, forse, che il vino sembra diventare sempre più una roba per ricconi e derelitti, senza la salvifica via di mezzo.

