
“A Sabino Loffredo devono piacere gli ossimori”…
Nasce nel 2003 come Fiano “+” (struttura, spalla, carica glicerica) e allo stesso tempo “-” (no legno e no fascetta, a differenza del cuginastro Greco G), prosegue come selezione dispari in ogni senso (prodotto in annate tutt’altro che favorevoli e quasi opposte come la capricciosissima piovosa sinusoidale 2005 e la caldissima iper anticipata 2007), per poi classicizzarsi gradualmente in vendemmie importanti, almeno in partenza, come la 2008 e 2010.
È la fase in cui appare una specie di alter ego del Vigna della Congregazione di Villa Diamante, vicinissimo in linea d’aria (stessa collina delle Toppole di Montefredane), meno chablisien e piu loireggiante, meno “farina di castagne” e più “mojito”.
Cinque uscite in dieci anni, tutte capaci di lasciare il segno a loro modo, e con un unico asterisco dovuto alle prestazioni talvolta ondivaghe nell’invecchiamento: bottiglie evolute precocemente e bottiglie super, anche provenienti dallo stesso cartone.
Per quanto mi riguarda, comunque, è soprattutto il “secondo atto” della storia del Cupo di Pietracupa a renderlo uno dei riferimenti imprescindibili del Fiano irpino e un grande bianco europeo tout court.
Il 2013 non è necessariamente più ricco, largo o potente del “base” (che è già magnifico di suo), ma la profondità, l’energia e il sale sono quelle dei migliori Clos Naudin Sec e sta evolvendo alla grande.
Questo 2018, poi, è ancora un paio di gradini sopra e continua ad aggiungere strati di sapore ad ogni stappatura, con una densità tattile che nel Fiano si incrocia raramente (Marsella a parte). Ancora lontanissimo dall’apice, ma senza ibernarsi: non è un azzardo immaginarlo tinteggiato di tante altre sfumature da qui a 10-15 anni.
E poi il giovanissimo 2020, uscito da poco: non mi stupirebbe che si dimostrasse il più completo e tridimensionale di tutta la famiglia, per quanto spinge sulle fasce senza alcuna deriva acidistica: energia massima foderata di luce.
Ps Cupo, Jossa, Polveri della Scarrupata, 33 33 33, Tognano, Miniere, Tornante, Particella 928, Salandra e diversi altri: non c’è mai stata un’annata per i bianchi campani come la 2018, vale sempre la pena.

