Tempi moderni

Questo è il racconto di un oste moderno, brillante, coraggioso. Uno che ha messo su un localino delizioso a Foligno, dove si mangia e si sta bene.

Che si fa il mazzo e affronta con originalità e sorrisi le tempeste di chi ha un’attività di questi tempi. Compendio: la carta dei vini non è monumentale ma di intrigante tratto personale, in continua crescita. Una di quelle da cui pescare la bottiglia giusta non è mai un problema.
Socializzo il suo racconto perché sintetizza, in maniera leggera e profonda al tempo stesso, una condizione che vivono in molti al giorno d’oggi. Lo faccio anche perché si inserisce alla perfezione nel dibattito attuale, gastronomico e non solo.
A me fa pensare alla barzelletta del mercato che si autoregola, alla rete che decide, alla democrazia che scivola nel democraticismo, all’annullamento delle competenze e del sacrificio, al virtuale che primeggia sul reale. Todos caballeros, insomma, e questi sono i risultati…

Il racconto dell’ominide
di Damiano Lunghi*
Sabato sera, per primi, arrivano in tre. Due ragazzi e una ragazza.
Salutano cortesi e chiedono un tavolo comodo (come se qualcuno fosse destinato ai rovi).
Li faccio sedere in uno dei posti migliori, per diritto acquisito: sono stati i primi ad arrivare.
Ordinano da mangiare e da bere; sul vino ci accordiamo per un Valpolicella di Antolini (18 euro, per la cronaca).
Mi dicono che è di loro gradimento e colgo l’occasione per invitarli alla degustazione che faremo con la stessa cantina il venerdì successivo. Sono carini. Lui un po’ con l’atteggiamento del bulletto, nella misura in cui ci può pure stare. La loro cena prosegue, mangiano pure le ossa e fanno la scarpetta anche alle gambe del tavolino, cosa in verità oltremodo gradita.
All’ inflazionato “va tutto bene?” rispondono affermativamente.
Chiedono un altro vino, un Syrah.
Porto due proposte e loro scelgono il Guarini di Aldo Viola, più robusto e muscoloso dell’altro (22 euro, sempre per la stessa cronaca).
Proseguono la loro serata e i due ragazzi si avvicinano al bancone, luogo deputato al pagamento.
L’esordio, gomiti sullo stesso, non è dei più rassicuranti: “Aò, trattece bene è, me raccomanno, facce lo sconto!”.
Replico che non c’è qualcuno che per scelta tratto male, cerco di trattare bene tutti e che a scanso di equivoci vista l’urticanza dell’argomento era bene leggessero il foglietto appiccicato sul monitor in bella vista, che recita: Ad una richiesta di sconto può corrispondere un’uguale e contraria richiesta di mancia. Restiamo eleganti.
Preparo il conto, confidando in un quasi ovvio allineamento delle onde. Sono 119 euro, scontrino da 115 euro, arrotondamento gentile.
Da lì inizia un siparietto a cavallo tra il pietoso e lo stupefacente, alla pari degli occhi di una decina di persone attonite nell’ascoltare. “Facemo 100! Perché io vo anche in ristoranti de fascia più alta e me trattono tutti bene e me fonno lo sconto, e tu te dovresti ammorbidì un po’”, con fare ammiccante, gomiti piantati, come al trogolo i maiali, e un po’ di sbiascico da vino.
Replico in maniera forzatamente gentile che 20 euro di sconto su un ammontare di 119 euro non si sono permessi di pretenderlo neanche i miei migliori amici e che sto lavorando, a differenza loro.
Inoltre ho detto che se nei loro piatti avessero trovato qualcosa che non andava, tale da giustificare una così imbarazzante richiesta di sconto, potevano semplicemente dirlo, per non dar adito a sospetti di pretestuosità.
La replica, coerente con l’ormai delineatosi profilo del personaggio è stata: “Senti, allora offrece tre rum”. I tre rum non gli sono stati offerti, li ho barattati con tre amari. Perché a casa mia decido io, e perché gli atteggiamenti imbarazzanti degli altri mi imbarazzano.
Faccio per allontanarmi per salutare Luccioli, rimasto da un po’ in disparte in fondo al bancone, quando l’ominide, nell’atto del brindare con l’amico, recita: “col cazzo che ce ritorno su sto posto!”.
Al che ritorno sui miei passi e li invito ad andarsene per interrompere l’indigesto siparietto.
Questa mattina trovo su Tripadvisor la recensione dell’ominide (da un pallino logicamente) che recita, sotto lo pseudonimo Jo N: “Qualità delle pietanze al di sotto delle aspettative. Decisamente troppo caro rispetto ad altri ristoranti della zona. Carta dei vini non idonea, di qualità scarsa rispetto ai prezzi. Poca scelta nel menu”.
Allora, gentile ominide, con o senza cazzo, farai bene a non tornare in questo posto.
E se i 19 euro di sconto potessero servire in qualche modo ad insegnarti l’educazione, lo stare al mondo e il rispetto per il lavoro altrui, giuro che le farei diventare una donazione quotidiana.
Per quanto mi riguarda, non avrei fatto una tale figura davanti ad un così folto pubblico neanche per l’oro di tutte le Californie. Ma neanche fossi stato da solo davanti allo specchio.
Quindi continua a frequentare luoghi di più alto livello, saranno ben felici di accoglierti.
A me servi solo per aver misura di quanto, fuori, e in molte teste, tiri una brutta aria.

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