Di che parliamo quando parliamo di un vino? Anche se i più sani di mente, dopo questa domanda strampalata, se la saranno data a gambe levate per la blogosfera, provo lo stesso a spiegarmi.
Raccontare un vino non è partica del tutto oggettiva e l’incomprensione è dietro l’angolo. Si parte da gusti, esperienze, vissuti diversi. Ci sono decine e decine di variabili che ingarbugliano la faccenda, a partire dal tipo di approccio, dall’incontro, dai modi. In che occasione è stato assaggiato quel vino? Era una degustazione in batteria, magari alla cieca? Oppure a cena, in compagnia di amici in una serata spensierata, davanti ad un bel piatto?
Argomento troppe volte trascurato, quello del contesto.
Per dire, a me piace affrontare tutti i gradi di giudizio e ritengo il contatto diretto col produttore e la cantina un passaggio fondamentale. E’ quello il posto ideale per le conferme e le smentite, da quelle più grossolane ai piccoli dettagli. E’ quello il posto per raccogliere sensazioni e vibrazioni che, con un pizzico di esperienza, aiutano non poco la lettura.
La prima visita in una azienda è come un viaggio in un posto in cui non sei mai stato. Te lo immagini, ci fantastichi sopra, costruisci la tua mappa interpretativa ma finché non arrivi non sai esattamente che ti aspetta. Conferme e smentite, appunto.

Ecco, la visita a Le Chiuse*, giusto alle pendici di Montalcino, quadrante nord, è stata una pioggia di conferme. Per una volta è andato tutto come immaginavo e gli assaggi seducenti degli ultimi anni si sono rivelati un buon indicatore. Una cantina deliziosa, la vigna tutt’intorno, su terreni argillo – galestrosi esposti a nord, una famiglia con le idee chiarissime sul vino che vuole realizzare.
Ora, a dirla tutta, i presupposti c’erano e sarebbe stato un peccato non sfruttare la posizione di partenza. Simonetta Valiani, madre dell’attuale condottiero, Lorenzo Magnelli, è figlia della sorella di Franco Biondi – Santi. Ed è anche da Le Chiuse che il gentiluomo di Montalcino prendeva le uve per la sua Riserva (per l’esattezza da una vigna espiantata otto anni fa, quando ne aveva 47). Ma c’è di più, perché i rapporti familiari sono sempre stati molto buoni e la divisione dell’azienda ad opera di Clemente Biondi – Santi, con la conseguente separazione de Le Chiuse dal Greppo, non ha mai interrotto una certa collaborazione.
Tant’è. Sarebbe riduttivo dire che questi vini biondisanteggiano perché lo stile Le Chiuse è necessariamente originale e diverso, però l’affermazione non è del tutto campata per aria.
Uno stile puro, elegante, distinto da profumi aerei e da un’acidità sempre decisa, capace di spingere il sorso in profondità. Uno stile con cui mi trovo in perfetta sintonia.
Promette bene il 2013 spillato dalla botte grande. Benissimo il 2010. Il Brunello 2009 è una meraviglia, per me tra i migliori dell’annata. Il millesimo caldo ha dato un filo di densità e frutto dolce in più ma la freschezza e la sapidità non mancano. Più pronto? Durerà di meno? Io non ne sono affatto convinto. Grande il 2008, più austero, stretto, serrato, con un tannino sulle punte. Per gli amanti del genere insomma. Straordinario il 2006, completo e già complesso. Sorprendente il 1994, non certo un’annatona che invece esce alla distanza col passo lento dei fuoriclasse.
Amo questi vini, tra i più interessanti della zona al momento, e sono molto cuorioso di vedere cosa uscirà fuori da una vigna appena impiantata, giusto sopra il “Greppo” del gentiluomo del Brunello.


