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Piccola città bastardo posto


La città è sempre più piccola. Quattro locali interessanti in tutto – dove si bevono liquidi decenti e non bottigliole da € 2,5 che grazie alle parole magiche “biologico/biodinamico” si trasformano in € 25 – che con il caldo diventano due.

Logico che si facciano brutti incontri.
Passato il tempo delle tribolazioni, ho iniziato ad uscire con alcune persone, e ho scoperto che l’umanità è davvero sorprendente nella sua banalità.
Ecco una crestomazia di personaggini con i quali ho avuto a che fare da un paio di anni a questa parte, e relative abitudini alimentari che se avessi tenuto in conto come si conviene, mi avrebbero risparmiato un sacco di noie.
Il quarantenne cinico: vizioso come pochi, separato e conteso da amici e amiche per la vis caustica con cui osserva il mondo, è un uomo sopraffatto dalle dipendenze (e relativi problemi connessi). Si dà un gran tono disquisendo di vini e cibi, spesso a sproposito, e non capisce che tutto questo gran parlare a lungo stanca. Quando poi inizia a ripetere gli stessi argomenti di sapere enologico, convinto che sia la prima volta cui ne fa menzione, è ora di tagliare la corda. Ma a gambe levate!
Il coetaneo che vive con la mamma: all’inizio divertente e gentile, in realtà rivela il classico caso di falso mite. Un uomo che alla mia età vive con la madre ha dei seri problemi ad affrontare la vita oltre che pessime abitudini culinarie, dal momento che mamma lo ha convinto che un pasto, per essere tale, debba comprendere entrée, abbondante primo, la ciccina col contorno e mi raccomando la frutta! Questa incapacità a gestire le relazioni si è rivelata in tutto il suo orrore quando ha iniziato a prendere a calci la mia auto dopo avermi vista uscire con un amico. Per riparare il danno nei confronti del resto del genere umano, ha preso un cucciolo di cane allo scopo di far vedere a tutti gli amici della città quanto in realtà lui sia di indole dolce e coccolona. Senza rimedio.
L’avvocatino di paese: bel ragazzo, sano e robusto, abituato ad abbondanti pasti semplici e poderosi tipo le pizze della zia nonagenaria e doni dei clienti delle campagne limitrofe, prestante e quel tanto intimorito dal mio vissuto da renderlo quasi inadeguato quando stavamo insieme. Un giorno che lo invito a cena fuori dalle pareti domestiche mi risponde “Ma no! Ché dopo la gente pensa che stiamo insieme!” e visto che io sono separata, le conclusioni sono facili.  Avrebbe dovuto accendere un cero alla Madonna di Guadalupe per godere delle mie grazie. Cassato senza passare dal via.
Il criptogay: la definizione è sufficiente. A tavola cincischiava quel poco che c’era sul piatto, e a fine serata avrebbe potuto bere anche la varichina pur di sentirsi un po’ più a suo agio con la propria natura.
L’esotico: bello  dal sapor mediorientale, vive in questa città da così tanto tempo da aver preso tutti i vizi dei suoi abitanti, tra cui il gusto per i titoli esibiti senza motivo e una naturale predisposizione al pettegolezzo all’ultimo sangue. Però da quando è qui, forse a causa delle frequentazioni vantate, sapeva scegliere il vino giusto da abbinare a piatti leggeri e conversazioni toste.
Il problematico: 32 anni, anche lui a casa con la mamma, depresso ed estremamente compiaciuto della sua condizione: quanto di più dannoso per una come me. L’ho costretto a maratone culinarie presso trattorie unte gestite da scortesi di professione, godendo della difficoltà manifesta quando introduceva il cibo sfilando il boccone con i denti ed evidente disgusto. Poi mi sono stancata.
Il separato: pedante come pochi, esordiva con frasi ad effetto come “io sono un camaleonte” facendo vanto della sedicente indole da duro della roadhouse, salvo poi venire a mangiare nelle mie mani come Bambi alla prima strapazzata. Frequentato perché presa per sfinimento, rispedito nel magico mondo della sua fantasia fatta di uomini duri come lui e donne zoccole eccetto sua madre. A tavola diceva cose come “ci vuole la bollicina giusta”. Ogni altro commento è superfluo.
Varie ed eventuali: il vigoroso giovanotto brasiliano che aveva scambiato la mia cucina per quella di mammà; il giovane dentro che ad ogni invito fuori casa mi costringeva a maratone alcoliche nei bar proponendo di cenare a noccioline tostate; Don Dinero (nominato così non a caso) che mi portava a pranzo presso la propria tenuta in collina, mettendo a disposizione la cucina del ristorante e una cantina di tutto rispetto, sciocca a non approfittarne!; il coetaneo professionista legato alla vita di provincia, dove un invito per pizza & birra ha il compito di mostrare quanto sia seria l’intenzione. E la lista non finisce qui, ma sto abbrustolendo il pane per fare le bruschette con l’olio nuovo, per cui chiudo la questione.

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