Dietro al vino


Capita sempre più spesso, con gli amici che in qualche modo ruotano intorno al mondo del vino, di parlare dei massimi sistemi della comunicazione e delle nuove forme di giornalismo che interessano il settore.

I punti da toccare sono tantissimi e sembrano moltiplicarsi ogni giorno, figli di uno scenario in continua evoluzione, in bilico tra crisi e possibilità, spazi che si chiudono e nuove frontiere, derive e scampoli di resistenza.
Tra le tante ciarle, più o meno sconnesse tra loro, registravamo una tendenza, forse un dettaglio, che in qualche modo fissa però un paradigma, un modo di intendere le cose e di affrontare l’argomento dai narratori del vino di oggi. Notavamo che, sempre più spesso, quando le cronache seguono dei percorsi individuali (non di rado assolutamente interessanti e di valore) più che una regia editoriale ben precisa, la voglia di far prevalere il soggetto sull’oggetto è molto forte.
Molto spesso il raccontare diventa raccontarsi e la voglia di stare in copertina supera quella di fare informazione. Conseguenza: sempre meno approfondimenti seri, indagini, capacità di sporcarsi le mani. Stappare belle bottiglie in modo saltuario, raccontare la straordinaria Jeroboam di Sciatò qualcosa del ‘61 è senz’altro divertente e magari ti fa apparire navigato, in qualche modo competente.  Così come parlare solo di quei quattro argomenti e di quei vini che, lo sai, sono di moda nell’ambiente in cui vuoi fare breccia.
Però la narrazione del vino, la capacità di scendere nel dettaglio, la voglia di scavare tra le pieghe della materia, è un’altra cosa. Presuppone indagini, percorsi sistematici, curiosità, posizioni scomode, magari anche lunghe degustazioni seriali e comparate (ecco, ho perso tutto il mio appeal, che scemo).
Disegnare un quadro esaustivo è complicato, a volte decisamente faticoso. Ed ha un presupposto quasi inaccettabile di questi tempi: mettersi dietro al vino e non davanti.

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