
Ci sono inviti impossibili da declinare. Più che incontri, veri e propri appuntamenti con la storia. Eventi capaci di lasciare il segno. Di segnare il proprio percorso, umano e professionale.
E di rappresentare una tappa imprescindibile nella definizione stessa di sé e del proprio mondo.
A qualche giorno di distanza, col tempo necessario a sedimentare gli stimoli e codificare le mille emozioni, posso dire che la ‘salita’ a Montevertine* è stata tra queste tappe.
Inutile spiegare, forse. Ma visto che ci siamo, tanto vale ripercorrere quelle ore, raggruppare i pensieri nei cassetti della memoria e raccontare perché, tra i tanti fotogrammi della vita, quelli di quel giorno a Montevertine valevano la pena di essere scattati. Facendoti urlare in macchina, durante il viaggio di ritorno, tra i tornanti di Radda e gli scorci mozzafiato del Chianti Classico al tramonto: ‘si, io c’ero!’.
In cima alla playlist, già al top tra gli eventi dell’anno, capace di primeggiare per intensità e fascino con sfide di ben altri palcoscenici, si piazza sembra ombra di dubbio la tenzone sotto canestro tra quattro fuoriclasse inarrivabili. Atleti impavidi che hanno dimostrato, senza esclusione di colpi, quanto fossero legittime le aspettative nei loro confronti. Dando vita ad un match di altissimo tasso tecnico e dalla fisicità maschia.
Cosa c’era in palio? La vita e null’altro. Ed è solo per puro caso, per uno strana benevolenza del fato, che tutti e quattro l’abbiano conservata…
Ecco a voi uno scorcio della partitissima. Pochi secondi più che esaustivi dell’epica sfida tra eroi che rispondono al nome di Martino Manetti, Luca Santini, Gionni Bonistalli e Davide Bonucci (ho provato a filmare un canestro ma erano talmente rari che mi è toccato desistere…).
Una sfida dall’indice di pericolosità altissimo, si è detto, che ha seguito un pranzo colossale annaffiato da fiumi di liquidi idroalcolici. Ma andiamo per gradi perché qui si nasconde il secondo motivo dell’unicità della giornata.
Il pranzo, appunto. Non un sfilata di piatti qualunque ma il menu che, udite udite, aveva determinato la perentoria vittoria di Radda su Greve nella finale del Palio delle Massaie del Chianti! Un tripudio di sapori dell’anima, realizzati con impareggiabile maestria dalla bravissima Gisella, regina dei fornelli capace di mettere d’accordo, per una volta, sia il pubblico che la critica.

Come? Come dite? Si, beh, effettivamente anche i vini della casa non erano malaccio. Va dato atto a questa aziendina emergente di lavorare discretamente. Credo di poter dire che, se continuerà così, potrebbe anche ritagliarsi un ruolo non secondario nel panorama enologico della zona (a patto che si ragioni su quel consulente, per dare un po’ più di frutto alla faccenda…).
A onor di cronaca, devo ammetterlo, anche le vecchie bottiglie assaggiate si sono rivelate all’altezza. Come quel Chianti Classico 1981. Chissà perché è stata quella l’ultima annata e come mai non lo fanno più…
Tra i più recenti, il Pergole Torte 1999 è campione accettabile, a patto di averne 20-30 falconi sotto mano (crea dipendenza e uno può diventare violento, sapete com’è).
E i 2010 appena sfornati? Non ve lo dico! E’ già stato troppo difficile portarne via una manciata dalla cantina, se continuiamo a parlarne va a finire che rimaniamo senza.
Vi basti sapere che, riprendendo in mano gli appunti, ho notato diverse parole illeggibili per via di quelle lacrimucce scese durante l’assaggio. E stavolta le cipolle della Gisella non c’entrano niente…
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