L'innovativa tradizione del Poggio di Monsanto

Anche se ultimamente è esplosa in tutta la sua virulenza, parcellizzata e quasi polverizzata nella moltiplicazione dei mezzi e delle voci che occupano la comunicazione, la mania di cercare dicotomie, opposti, etichette e facili semplificazioni non è certo un fatto recente nel panorama enogastronomico.

Osteria contro alta ristorazione, vino tradizionale o modernista, naturale vs industriale sono solo alcuni esempi, capaci peraltro di sottendere una marea di sottocategorie dai confini incerti e dalle pieghe imprevedibili scarsamente considerate.
Nel nostro piccolo, tentiamo con tutte le forze di mantenere uno sguardo il meno dogmatico possibile, laico, tendenzialmente alto, voglioso di smarcarsi dalle facili appartenenze, libero da gabbie troppo anguste. Senza rifuggire l’analisi critica o le prese di posizione, rivendichiamo con orgoglio il nostro manifesto, scritto in tempi non sospetti e, per quel che ci riguarda, estremamente attuale.
Ho fatto queste riflessioni sorseggiando il Chianti Classico Riserva il Poggio 1977 di Castello di Monsanto*. Un vino e un’azienda che conosco, di cui ho avuto la fortuna di assaggiare e riassaggiare moltissime annate, dal ’66 ai giorni nostri, e che mi pare perfetto per scardinare un sacco di schemi, capace come pochi di scompaginare le scorciatoie interpretative di cui noi scribacchini siamo maestri.
Tradizione o innovazione? Classico o moderno? Il Poggio è in pratica il primo cru del Chianti Classico, di fatto esistente nel 1961, anno di acquisto della tenuta da parte della famiglia Bianchi. E’ anche tra i primi vini che rinunciano alle uve bianche in favore dei soli sangiovese, canaiolo e colorino; e che sostituisce le botti di castagno con quelle di rovere, introducendo di seguito le barrique.
Un’azienda moderna, dunque? Certamente, purché la lettura non sia fissa o peggio ancorata ad un singolo fotogramma. Come tutte le innovazioni di successo, oggi Monsanto è anche un grande classico del vino italiano. Difficile da etichettare, dunque. Vanta una lunga storia fatta di tappe, avanzamenti e anche ripensamenti, che ci consegnano oggi un quadro estremamente ricco, sfumato, assolutamente contemporaneo.
Come questo Poggio ’77 che, come avevo già registrato da un’altra parte, “appare oggi in forma smagliante, incurante dell’età, anzi capace di un profilo fresco e appuntito. Al naso ha note marine, iodate e di macchia mediterranea, bene inserite in un goloso contesto di piccoli frutti rossi e neri. Col tempo le nuance virano verso sensazioni balsamiche, di canfora, mentre la bocca è un monumento di perfezione stilistica, dolcezza gustativa, mineralità e tensione. Chiantigiano fino al midollo”. E a me tanto basta.

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