Sarti, confezioni e vini di una volta. Abbiate pazienza, fa caldo…

Ieri mi sono imbattuto in un paio di articoli a tema vino che mi hanno fatto riflettere e che mi pare possano in qualche modo essere collegati.

Su quest’ultimo punto però ci vado cauto, anche perché è tanto che non mi capitava (di riflettere, intendo) e dalla finestra entra un aria umidiccia e afosa, letale per quei due neuroni ancora svegli.
Il primo articolo è di carta, l’hanno scritto Michel Bettane e Thierry Desseauve ed è stato pubblicato dal Gambero Rosso. I due, per chi non lo sapesse, sono tra i critici più celebri e apprezzati di Francia, per anni curatori della mitica “guida verde” della Revue du Vin de France e oggi alle prese con la loro nuova scommessa, che rispetto alle precedenti è pure Grand
Se la prendono, per tagliare corto e rimandare alla lettura dell’intero scritto, con il partito del “si stava meglio quando si stava peggio”, piuttosto numeroso anche nel mondo del vino, dicono.
In sintesi. Le bottiglie di una volta, con acidità e durezze fuori scala erano più affascinanti e invecchiavano meglio? Manco per niente, i vini rustici restano spesso tali, e sono quelli perfettamente godibili fin da giovani che meritano la ribalta della cronaca. Di contro, sentenziano B&D, “i grandi vini non hanno bisogno di tempo per rivelare la loro grandezza”.
E ancora. Lo stesso partito che se la prendeva con il corso “modernista” di Peynaud, che negli anni ’60 disegnava il profilo dei nuovi vini di Bordeaux (accusandolo di distruggerne identità e potenzialità evolutive), critica oggi aspramente i Rolland, i Cotarella e i “loro confratelli consulenti”. Il tempo avrà cura di smentire quelli che diffondono queste falsità”. Come il tempo ha smontato, dicono, le accuse contro Peynaud di cinquant’anni fa.
Il secondo articolo è on – line, dunque potete leggerlo subito ed è inutile che la faccia troppo lunga. E’ un pezzo di Fabio Rizzari, curatore, insieme a Ernesto Gentili, della guida I Vini d’Italia de l’Espresso, che traccia un delizioso parallelo tra abiti sartoriali e vini autentici.
I due stralci che volevo evidenziare sono:una giacca di confezione nuova sta quasi bene, dopo un paio di anni si sforma e perde ogni linea. Una giacca su misura appena fatta appare un po’ ingessata, rigida, ma con il tempo si adatta a chi la indossa e mostra la sua vera qualità.
E poi, la conclusione di Rizzari. “Siate quindi indulgenti con i vini artigianali, cioè i vini veri, e non fatevi fregare da quelli di confezione. I secondi sembrano buoni appena aperti e dopo un po’ si decompongono, i primi quasi sempre hanno bisogno di tempo; in certi casi di molto tempo”.
Caldo a parte, due visioni contrastanti o elementi diversi di uno stesso modo di ragionare?

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