La saggezza rende immortali

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Nonostante la mia passione per le vigne, specie per quelle desuete che segnano una continuità storica col passato (le piante maritate di matrice etrusca o i bassi alberelli che testimoniano il passaggio greco), devo dire che niente ha il fascino dei vecchi fusti di olivo, i veri patriarchi del Mediterraneo.
Piante immortali, perché capaci di invecchiare rinnovando se stesse (grazie ai polloni, piccoli getti che dalla base, la ceppaia, sostituiscono il tronco originario quando questo scompare, lasciando inalterata la pianta nel suo patrimonio genetico, che dunque si ricostituisce costantemente nel tempo), sono testimoni guardinghi della nostra storia.
Tutte le terre abbracciate dal mare nostrum sono più o meno caratterizzate da queste piante magiche. Da poco ho incontrato quelle della Puglia, capaci di raccontare il passaggio tra la produzione alimentare (intorno a Bari, a nord della regione, dove gli alberi hanno chiome contenute) e quella storicamente votata alla produzione dell’olio lampante, lo stesso che in passato, tra sette e ottocento, ha illuminano Londra e Parigi (nella parte meridionale, dove i fusti si inerpicano verso il cielo e le chiome si fanno ariose).
Un paesaggio che caratterizza anche l’Umbria, ovviamente, dove l’olivo e l’olio sono cose serie, le piante secolari non mancano e le Chiuse (come i Clos della Borgogna per il vino) racchiudo le parcelle migliori, spesso su suoli di sassi e rocce.
Bene ha fatto l’Aprol di Perugia a documentare tutto questo nella mostra “La saggezza rende immortali” che ha visto sfilare foto e documenti di rara bellezza, testimoni di quanto l’olivo abbia influito sulle caratteristiche paesaggistiche, culturali ed economiche di questa terra. L’organizzatore Matteo Ricciardelli D’Albore ha curato i lavori a partire da una doppia esposizione: da una parte gli scatti fotografici di Emanuele Vignaroli, sette gigantografie dedicate a particolari della pianta, specie al tronco originario, e dall’altra la presenza di mappe attribuite al geometra bolognese Andrea Chiesa, che tra il 1727 e il 1734 ha creato un vero sistema geometrico – particellare, disegnando la mappatura delle aree coltivate. Senza dimenticare la presenza di carte risalenti al catasto Gregoriano, che già allora recensiva le particelle riservate agli olivi di lunga data, testimoniando l’origine millenaria dei fusti di oggi.
Non so, quelle piante hanno qualcosa di profondamente materiale e allo stesso tempo metafisico. Così belle e vitali nelle curve e nelle pieghe scavate dagli anni, fanno apparire ridicoli gli sforzi umani per coprire i segni del tempo, e sembrano davvero sbracciare e urlare chissà quale monito o segreto quando il vento ne agita i rami e le fronde argentee.

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