Ideologie enogastronomiche. O del cazzeggio tra destra e sinistra a tavola

Alcuni sopravvissuti di ere ormai dimenticate me l’hanno giurato e io non ho alcun motivo per non crederci. C’era un tempo in cui i concetti politico-sociali di destra e sinistra avevano un senso, e poteva capitare di riconoscersi nell’uno o nell’atro schieramento senza timore di finire al manicomio.

Un tempo lontano in cui i due mondi erano ben separati, difficili da confondere, capaci di mantenere per più di 5 minuti posizioni addirittura opposte, dove l’impronunciabile parola bipartisan non esisteva e i rappresentanti dei due schieramenti cercavano di fare gli interessi dei propri rappresentati, invece che rincorrere e mescolarsi nelle posizioni dell’altro per colpire nel mucchio indifferenziato e confuso. Insomma, un tempo in cui lo scontro tra oppressori e oppressi, sintetizzata dalla saga dialettica indiani – cow boys non aveva conosciuto l’intermezzo destabilizzante dei Segreti di Brokeback Mountain
Altri tempi, ovvio, lontani dagli attuali miracoli della politica italiana, dove non ci si sognava di vedere un  Presidente della Camera postfascista su posizioni che di questi tempi appaiono progressiste (a dire il vero non ci si sognava un presidente della camera postfascista e basta), o un ex-magistrato forcaiolo diventare beniamino del popolo di sinistra, evidentemente in coma irreversibile.
Già, c’era una volta la destra e la sinistra. Tanto che Norberto Bobbio c’ha scritto un saggio ormai scaduto (ma che consiglio di leggere comunque), Giorgio Gaber una canzone che affronta brillantemente la genesi dei nostri tempi, alle prese con una progressiva confusione dei ruoli ma condita di qualche certezza: il culatello è di destra e la mortadella di sinistra. Addirittura comunista, per il buon Francesco Nuti nel film Caruso Pascoski di padre polacco, che afferma per giunta e senza mezzi termini che il salame è socialista, il prosciutto crudo democristiano, la coppa liberale, le salsicce repubblicane e il prosciutto cotto fascista.
Bei tempi andati, appunto. Oggi la confusione politico enogastronomica è imperante e le ideologie sembrano venir meno anche a tavola. Spesso nel vino termini come tradizione (da sempre concetto reazionario e destroide) sono abbinati a personaggi considerati al contrario rivoluzionari, a volte anarchici, certamente di sinistra (come non citare i Mascarello e i Cappellano),  così come i prodotti classici dei territori, come i Presidi Slow Food ad esempio (che si chiamava Arcigola ed ha certamente radici a sinistra) vengono sempre più spesso branditi contro i migranti invasori, mangiatori di kebab e cous cous.
E la cucina etnica? Dovrebbe essere per eccellenza il cavallo di battaglia della sinistra internazionalista, se non terzomondista, ma lo è fino ad un certo punto e comunque non amata dalla componente ambientalista, che ha ormai sposato il localismo a chilometro zero e si confonde, suo malgrado, con posizioni in odore di leghismo.
Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?

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