Doverosa premessa: qui si parla di una giovane cantina romagnola dove è impegnato uno dei miei più cari amici.
Accanto a Simone Marzocchi e Simone Zoli – professionisti del vino di lungo corso che hanno avviato l’azienda nel 2022 – da un paio d’anni c’è Matteo Farini, conosciuto da tanti appassionati anche come “il Conte” e/o “Bicchierone” (nonché dai nostri lettori, come preziosa spalla nel lavoro annuale di ricognizione da cui scaturisce l’Almanacco Chianti Classico di Tipicamente Magazine). Classe 1982, Matteo è uno dei migliori assaggiatori, pardon bevitori, che abbia incrociato in questo mondo e il suo passaggio dall’altro lato della barricata non mi ha di certo stupito. Non pensavo però che il virus del vignaiolo potesse contagiarlo così violentemente e una uggiosa domenica di febbraio è stata finalmente l’occasione giusta per andare a vedere con i miei occhi il dove, il come e il perché.

Il contesto
Curva dopo curva, ci arrampichiamo ai 550 e passa metri di altitudine di Monte Mirabello. Situata nella fascia altocollinare del comune di Predappio (FC) con affaccio sulla valle del fiume Rabbi, la località che dà il nome all’azienda accoglie il principale nucleo vitato e la minuscola cantina-garage, già utilizzata in precedenza per una piccola produzione familiare. Il marchio esisteva infatti da qualche anno prima che i due Simone stringessero l’accordo di affitto e dessero inizio al nuovo progetto, immediatamente chiamato a fare i conti con eccezionali difficoltà.
So di non essere il solo a dovermi mordere lingua e mani – con crescente fatica – le innumerevoli volte che sento/leggo di vini-produttori eroici, resistenti, ribelli, resilienti, corsari e variazioni sul tema. Non per le parole in sé, ma per l’abuso che se ne fa, togliendo efficacia a concetti invece sacrosanti per inquadrare determinati scenari ambientali, agricoli, antropologici. Come quelli che marcano da tempo diverse aree della Romagna enoica, ripetutamente colpite da calamità naturali (con tutte le virgolette del caso) e ancora pesantemente sfregiate dalle devastanti alluvioni del 2023.

Frane, smottamenti, strade interrotte, comunità isolate: problemi enormi che si palesano a tutt’oggi specialmente nelle zone più interne ed acclivi, rendendo di fatto irrisolvibile il rebus per chi vi opera. Da una parte la comprensibile e umanissima tentazione di mollare, che significa anche l’ulteriore ridimensionamento di una viticoltura strutturalmente ben poco remunerativa come quella collinare e pedemontana. Dall’altra, la sostanziale impossibilità di rinunciarvi per chi ha in testa una precisa idea di vino contemporaneo: fragrante, leggiadro, verticale, con gradazioni alcoliche contenute, semplificando al massimo. Un’ispirazione stilistica spesso percorribile puntando proprio su siti più freschi ed elevati, caratterizzati da rilevanti differenziali termici, complici fitte macchie di bosco, naturalmente predisposti ad accompagnare maturazioni più lente e tardive.

Da questo punto di vista, la cornice territoriale di Monte Mirabello rasenta la didascalia: paesaggio totalmente appenninico, vecchie piante di albana, trebbiano e sangiovese, impianti più giovani di chardonnay e sauvignon, vendemmie ottobrine, vini fin da subito riconoscibili e capaci di lasciare il segno per il loro temperamento boreale. Ma anche “effetti collaterali” decisamente sfidanti per una realtà ai primi passi, come la produzione dell’annata 2023 in larghissima parte distrutta dalla peronospora per l’impossibilità di raggiungere la vigna (in parte franata) e trattare, dopo l’alluvione. Oppure la quota significativa di uve divorata dagli animali nelle vendemmie successive, per non parlare dell’esponenziale dilatazione dei tempi di lavoro, nel momento in cui occorrono oltre 40 minuti per spostarsi tra due appezzamenti distanti in linea d’aria un chilometro e mezzo. Anche questa è viticoltura epica, o giù di lì, e diverse aziende romagnole ne pagano quotidianamente il prezzo.

Vigne e vini
Nonostante la micro-tiratura (5mila bottiglie annue, quando va tutto, ma proprio tutto bene), la gamma è attualmente composta da quattro etichette – per me graficamente bellissime – derivanti dalle tre parcelle in conduzione diretta a Monte Mirabello (poco più di due ettari), a cui possono aggiungersi conferimenti di uve da zone limitrofe.
Isy. È il trebbiano rifermentato in bottiglia con metodo ancestrale, prodotto con uve acquistate nella fascia basso collinare di Predappio. Tutto giocato sulle note floreali e agrumate, gustoso e dissetante, è uno di quei frizzanti “jolly” adatti a mille situazioni termiche, stagionali, umorali e gastronomiche.
Alma. A tutti gli effetti il “second blanc” di Monte Mirabello, prodotto per la prima volta nell’annata 2024 con un assemblaggio di trebbiano (circa due terzi, uve acquistate nella fascia di bassa e media collina della Sottozona Predappio) e chardonnay (circa un terzo, dalla vigna di Monte Mirabello). Non ho ancora avuto occasione di assaggiarlo e la formula varietale è probabilmente destinata a cambiare: un work in progress che nelle intenzioni dovrebbe connotarsi come una sorta di alter ego stilistico del bianco di punta, più “giallo” e solare.

Bianca. Il “grand cru” aziendale, l’unico vino prodotto esclusivamente dagli appezzamenti di Monte Mirabello, dislocati tra i 500 e i 550 metri di quota su suoli marnoso-arenacei. È un taglio a maggioranza chardonnay e sauvignon (della parcella più alta, circa un ettaro impiantato nel 2004), con saldo di trebbiano e albana del vecchio promiscuo coltivato a mezza costa (circa 0,15 ettari risalenti al 1980).
Fermentato e maturato solo in acciaio come gli altri bianchi, il 2024 commercializzato da qualche mese restituisce in maniera chirurgica il luogo in cui prende forma e l’idea interpretativa dei suoi artefici. Sfacciatamente nordico tanto nel profilo aromatico (mela renetta, fiori ed erbe di campo, timbri rocciosi e muschiati) quanto in quello gustativo, con un’acidità a dir poco affilata – quasi vetrosa – che in questa fase lascia sullo sfondo le componenti più polpose e saporite. È un vino di apertura lenta e silenziosa, presumibilmente destinato a regalare il meglio in termini di complessità e piacevolezza nel medio-lungo periodo, come certi bianchi della mia Irpinia. In alternativa, per chi volesse misurargli la febbre fin da subito: rigorosamente a tavola con manicaretti ad elevata concentrazione lipidica.

Iris. L’unico rosso di casa, sangiovese in purezza su cui si concretizza il doppio binario “filosofico” che anima il progetto Monte Mirabello. La base è costituita dalla parcella di circa un ettaro impiantata nel 1980, la parte più bassa del blocco vitato, ma vi possono contribuire altre vigne di medio-alta collina sparse tra Predappio, Tredozio (sopra Modigliana) e Rocca San Casciano. Maturato in barrique usate, è un vino pensato anche e soprattutto per valorizzare siti caratterizzati da fattori orografici e geo-climatici in larga misura sovrapponibili (e che probabilmente sarebbero stati inclusi in una stessa Sottozona o Menzione Geografica, se il disegno in Romagna avesse seguito un approccio “longitudinale-altimetrico” anziché quello effettivamente adottato – inattaccabile – che si dipana per valli parallele, come da storia e tradizione).
Dopo un 2023 da subito a fuoco, vibrante e incisivo, Iris 2024 mi ha letteralmente entusiasmato. Specialmente nel periodo a ridosso dell’uscita (tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno 2025), quando si esprimeva al massimo della golosità fruttata e della densità salina. Ora appare parzialmente in chiusura, meno variopinto al naso e più spigoloso nel sorso, ma è facile immaginare un nuovo boost espressivo con i primi caldi. Minuzie analitiche a parte, è anche adesso un rosso di inequivocabile matrice appenninica, luminoso e respirabile nei richiami di piccoli frutti, infiorescenze e piante silvestri, approfonditi da toni terrosi e speziati, quasi piccanti. Il meglio arriva comunque dal palato: ci aspettiamo e troviamo un peso medio-leggero, slanciato e verticale, ma non certo sprovvisto di forza e spalla sapida: tutt’altro che scarno o crudo, grazie anche alla pregevole stoffa tannica. Un sangiovese elegante e al contempo grintoso, ancor più divertente da stappare accanto a qualche Chianti Classico d’altura, di quelli che ci piacciono tanto.


