Genio e talento. Da Messi a Marco Gubbiotti

Si disquisiva in una gradevolissima occasione conviviale, commentando la fantasia e l’inventiva dello chef, della differenza tra il genio e il talento, cercando di classificare in queste due categorie alcuni personaggi.

Talento è colui che dal fato, dalla natura, chiamatela come volete, ha ricevuto un dono e ne è depositario, talvolta anche senza saperlo.
C’è quel tocco di naturale, di spontaneo nella creatività, nel gesto. Gli esempi sono lampanti, soprattutto nello sport, nel calcio. Maradona, Messi, esprimono la loro innata caratteristica: quasi si trattasse del colore dei capelli o degli occhi, in una capacità biologica di riuscire meglio di tutti gli altri nel trattare un pallone col quale sono in simbiosi.
Genio è invece chi ha consapevolezza delle proprie qualità, ed il gesto conseguente è frutto del pensiero oltre che dell’abilità. Pelè, Kruijff, nel medesimo sport, incarnano tale circostanza con limpida parvenza, nella visione di gioco complessiva, con maggiore evidenza soprattutto nella storia calcistica  dell’olandese.
Dopo una serie di piatti formidabili composti dalle mani sicure di Marco Gubbiotti, avendo poi la fortuna di conoscerlo personalmente, mi sento di poterlo classificare con una certa sicurezza tra i geni. Non della cucina, non soltanto, almeno, ma genio tout court, poiché chi è genio potrebbe eccellere in ogni pratica in cui il risultato è frutto di una riflessione, dell’espressione di un concetto.
Lasciamo alla fantasia di ognuno la facoltà di cimentarsi nel classificare tra i geni o i talenti altri personaggi del mondo della cucina. In deroga generale a questo esercizio un po’ manicheo, per non far torto a nessuno, voglio ricordare che Carmelo Bene amava definirsi un “…genio con un grandissimo talento”.

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