Ci vuole fegatello


Oggi sempre più raramente capitano le gioie del calore di un focolare col girarrosto che ronza sornione, come un gatto che fa le fusa. Pochi giorni fa, la primavera in ritardo consentiva di insistere col fuoco domestico.

Sento il suono inconfondibile del campanello (due squilli brevi) con cui si annuncia mio padre:
– “Vieni a cena?”
– “Non posso…”
– “Cuocio i fegatelli…”
– “Prendo il vino!”
Uno strappo alla regola me lo posso concedere ogni tanto; un dovere, in questo caso, a maggior gloria del Signore. Non certo per il sapore meraviglioso, o per l’aroma inebriante, o per la succulenza suadente, ma per il preciso rispetto del rito che i fegatelli arrostiti nascondono, tramandato dai sacerdoti aruspici.
Infatti ci si chiede come mai dalle mie parti si usa l’alloro e non la salvia o il rosmarino, oppure il timo, per accompagnare quei gustosi bocconcini.
Tutto comincia con il dio Apollo (a proposito: nel pantheon cristiano, Gesù, il Signore, prende il suo posto, compresa l’iconografia che lo effigia con il disco del sole dietro la testa, tipo aureola…), che avendo appena sconfitto il mostro Pitone con le sue frecce, conquista l’Oracolo di Delfi e si vanta di essere il miglior arciere olimpico, addirittura pavoneggiandosi con Cupido, che d’altronde non sbagliava mai un colpo.
Il piccoletto, un pochino contrariato, si vendica scagliandogli una freccia d’oro per farlo innamorare. Di chi? Ma della prima che passava, la ninfa Dafne, a cui però, scaglia contro una freccia arrugginita, per far sì che rifuggisse inorridita le attenzioni del più bello degli dei. Immaginiamo la scena: Apollo che insegue Dafne e lei che scappa pregando Gea, sua madre, di salvarla ad ogni costo. Mentre il Febo la raggiunge (vedi la statua di Bernini alla Galleria Borghese), viene tramutata in alloro, ma piacerà lo stesso ad Apollo, divenendo l’arbusto sacro al dio.
Dafne in greco significa, appunto, alloro e simboleggia molti aspetti delle prerogative di Apollo: sapienza, conoscenza, anche del futuro, poiché Apollo, come dicevamo, è la divinità dell’Oracolo di Delfi. Con l’alloro si coronano i poeti e i vincitori, e Apollo eccelleva in molte pratiche.
Il rito degli aruspici? La stretta cerchia dei 36 sacerdoti che predicevano il futuro leggendo le viscere degli animali, è tradizione greco/etrusca, passata armi e bagagli presso i romani conquistatori. Il fegato di Piacenza, simulacro bronzeo della ghiandola, ci dà l’idea di come riuscissero a leggere e interpretare le forme e gli angiomi dell’organo animale. Dopodichè bruciavano il tutto con gli arbusti di alloro, anche per vedere come salissero le volute del fumo e come crepitasse l’incendio in onore di Apollo, dio della divinazione.
Brucia oggi, brucia domani, si standardizza il procedimento fegato-alloro-brace e nel giro di un paio di millenni e mezzo, si condensa in un piatto tra i più riusciti della tradizione.
E lo spiedo? Beh è la freccia di Cupido che me ne ha fatto innamorare.

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