I Pallagrello di Sasà Marrazzo, il vignaiolo borbonico

Quattro rampe di scale, tre lucchetti, una porta nascosta: Salvatore mi scorta verso il tesoro di casa Marrazzo.

Indossa guanti da orafo e regge una candela di cera, unica luce ammessa in quella che appare più una cripta, che una cantina. Niente ossa di santi o spoglie di martiri, ma è in tutto e per tutto una Reliquia che mi porge, con prudenza e lentezza da artificiere.

«Vino del Ventaglio, a.d. 1860», viene in soccorso, ché nel buio scivoloso di quella cappella laica non riesco a mettere a fuoco la calligrafia incisa sulla bottiglia. «Apparteneva al mio quadrisavolo Antonio, detto Totonno», completa il Sacerdote: «l’ultimo esemplare dell’ultima annata prodotta nella migliore vigna del Regno delle due Sicilie».

Non poteva che cominciare da qui il mio incontro col “vignaiolo borbonico”, come tutti lo conoscono in zona. Salvatore “Sasà” Marrazzo discende infatti da una famiglia di contadini, impegnata fin dai tempi di Ferdinando IV nelle tenute annesse alla celebre Reggia di Caserta. Trasferitasi poi nel Matesino, dopo la spedizione garibaldina e l’unificazione italica completata dai Savoia.

famiglia marrazzo

«Il bisnonno di mio nonno non era un semplice bracciante», precisa, «ma uno degli uomini di fiducia del Conte Gennaro Carlo, incaricato da Re Lazzarone in persona di seguire le attività della Colonia Leuciana». “Capriccio di sovrano”, lo definì Benedetto Croce, oggi si direbbe “ambizioso progetto di riqualificazione”: creare a San Leucio (frazione confinante col palazzo vanvitelliano) un moderno polo agricolo-industriale, animato da una comunità organizzata attraverso un nuovo ordinamento sociale. Qualche studioso lo inquadra addirittura come «esperimento di socialismo ante litteram», come ricordato da Nando Astarita sulle pagine de Il Casertano. (link)

Fatto sta che il borgo accrebbe immediatamente il suo prestigio, come gli appassionati di vini campani sanno bene. Da quando i produttori della zona hanno ricominciato a proporre i pallagrello e il casavecchia, infatti, è stata spessissimo raccontata la storia della “Vigna del Ventaglio”, voluta per l’appunto da Ferdinando. Il Cavalier Sancio nel 1826 la descrive così:

«Forma essa un semicerchio, diviso in 10 raggi, ed è tanto somigliante ad un ventaglio, che ne ha preso e ritenuto il nome. Ciascun raggio, che parte dal centro, ov’è il piccolo cancello d’ingresso, contiene viti di uve di diversa specie, contrasegnate con lapidi di travertino. […]
Le viti sono basse all’uso italiano, ed il loro numero giunge a diecimila. Non vi è in questa vigna alcun albero, né vi si esercita altro genere di coltivazione, che quello che è indicato per le vigne, cioè tre zappature, ingrasso di favucce ed altro»
. (qui il link al documento completo)

In pratica, ogni spicchio dell’emiciclo era destinato a una delle 10 principali varietà del Regno delle Due Sicilie. Lipari Rosso e Bianco, Delfino Bianco, Procopio, Siracusa Bianco, Terranova Rosso, Corigliano Rosso, ma soprattutto i Piedimonte Rosso e Bianco, “progenitori” dei Pallagrello di oggi. «Le diverse uve venivano lavorate e raccolte separatamente», precisa Sasà, «perché Re Ferdinando amava i vini in purezza, alla borgognona, e il cerimoniale prevedeva solo alcune tipologie per i banchetti di festa con gli ospiti più illustri». Come annotato sui diari di corte, i Piedimonte del Ventaglio erano tra i pochissimi “autoctoni” serviti nelle grandi occasioni, insieme ai Grand Cru della Cote d’Or, ai Bordò e alla Sciampagna.

Raffigurazione della Vigna del Ventaglio - sanleucioonline.it
Raffigurazione della Vigna del Ventaglio – sanleucioonline.it

La prima scelta era naturalmente riservata alla famiglia reale, ma i fattori di San Leucio potevano vinificare in proprio le uve non utilizzate. Bianche e rosse insieme, senza stare troppo a sottilizzare: «il risultato era comunque ottimo», assicura: «come ti dicevo, solo i fortificati di Marsala avevano fama maggiore nel Regno, ma per i vini fermi e secchi la Vigna del Ventaglio era il non plus ultra». Cominciate a capire perché Sasà gli ha dedicato un altare: è quasi sicuramente l’unica bottiglia rimasta al mondo di un vino prodotto oltre 150 anni fa con tutti e dieci i vitigni prediletti da Ferdinando e dai suoi discendenti.

Valore storico ulteriormente impreziosito dalle vicende che la portarono nelle disponibilità dei Marrazzo. «Stava iniziando la vendemmia quando Re Francischiello si rifugiò a Gaeta», riprende, «ma a San Leucio continuarono a lavorare come se nulla fosse cambiato, perlomeno fino all’arrivo dei Garibaldini». E qui Sasà non riesce a dissimulare il misto di dolore e rabbia che evidentemente gli evoca ogni volta il ricordo: le proprietà requisite, le case coloniche saccheggiate, le incarcerazioni e i processi sommari, che coinvolsero anche la sua famiglia.

«Nonno Totonno se la vide brutta, ma rimase fedele al legittimo sovrano fino alla fine. E fu proprio lui a mettere in salvo buona parte della produzione 1860, nascondendola dalle camicie rosse, i piemontesi e gli altri delinquenti raccattati per strada dalla spedizione garibaldina. Ecco perché siamo così legati a quella bottiglia: noi Marrazzo siamo pronti a dare la vita per la giustizia e la verità», chiosa senza possibilità di repliche.

vigna pallagrello

Un’eredità raccolta a pieno dalle ultime generazioni, Filippo e Carolina, i due figli di Sasà ed Ersilia. Sono ancora impegnati con gli studi, ma già assicurano che contribuiranno alla piccola azienda di famiglia. Meno di tre ettari a Monticello di Piedimonte Matese, occupati perlopiù da frutteti e uliveti, senza dimenticare gli ortaggi e le barbabietole da zucchero. Alla vigna sono riservate due minuscole parcelle, naturalmente impiantate a Pallagrello, da cui si originano due vini semplicemente sbalorditivi, almeno stando agli assaggi dei 2015 da botte (tonneaux esausti di castagno) e dei 2014 da damigiana.

Senza forse le più coinvolgenti interpretazioni dei vitigni casertani incontrate negli ultimi anni: il Bianco ha più di un tratto comune con certi uvaggi a base roussanne, marsanne e grenache del Languedoc-Roussillon, il Nero potrebbe tranquillamente essere scambiato alla cieca per un malbec nobile di Cahors, tipo Clos de Gamot. Purtroppo è quasi impossibile recuperarne qualche campione, non solo per i volumi a dir poco confidenziali (poche centinaia di bottiglie nelle annate più favorevoli). Il piccolo surplus sottratto all’autoconsumo, infatti, viene venduto dalla famiglia Marrazzo solo ed esclusivamente a privati disposti a firmare un’autocertificazione con la quale si dichiarano “cittadini del Regno delle Due Sicilie”.

Una scelta che ha creato a Sasà diversi grattacapi, tra cui addirittura una denuncia per attività eversiva e apologia monarchica [per questo non vuole essere fotografato, ndr]. «Il vino lo faccio io e sono libero di darlo a chi se lo merita», ribadisce. «Non mi faccio certo intimidire da uno stato interamente costruito sulla menzogna e la prevaricazione, che si è servito della criminalità organizzata per imporre la propria invasione militare in quello che era il Regno più progredito d’Europa». Idee forti, ma sempre meno isolate nello scenario politico-culturale del Meridione, dove fiorisce una lunga serie di movimenti “neoborbonici”.

massacro del sud

«Ho zero fiducia nel sistema di consorterie nato sulle ceneri dei Savoia», rincara, «ma devo dare atto ad intellettuali come Pino Aprile e Antonio Ciano per l’instancabile lavoro di informazione e sensibilizzazione, poi confluito nel programma dei Meridionalisti Progressisti – Partito del Sud, gli unici ad esporsi contro Ernesto Galli della Loggia, quando dileggiò il grande Bennato». (link)

Un sentimento popolare che si palesa con maggiore evidenza proprio in queste settimane, non solo in Campania. «Come sempre accade, i media a servizio del potere hanno lungamente provato a sminuirle come espressioni folkloristiche, un po’ come successe agli albori della Lega», puntualizza, «per poi iniziare ad occuparsene seriamente, soprattutto da quando Luigi De Magistris [sindaco di Napoli riconfermato con le ultime elezioni amministrative, ndr] ha preso in prestito diverse parole chiave del nostro movimento»

Gli chiedo se sta valutando di “scendere in campo”, ma Salvatore Marrazzo mi stoppa immediatamente: «Per carità, resto fondamentalmente un anarchico e penso di poter contribuire allo stesso modo, se non di più, continuando a fare vino e olio buono, spiegando a chi passa di qua come sono andate veramente le cose nella truffa chiamata Italia unita»

«Quella che ha definito con sprezzo Briganti migliaia di giovani che volevano solo difendere la loro patria e le loro donne dagli stupri di massa. Quella che ha deportato o costretto ad emigrare 30 milioni di meridionali. Quella che ha perpetrato una vera e propria pulizia etnica ai danni di un popolo assai più avanzato da un punto di vista economico, sociale, tecnologico, industriale».

collage filiberto-agnelli

Mi snocciola una lunga serie di dati e conquiste del Mezzogiorno borbonico, a suo dire troppo spesso dimenticate o volontariamente rimosse dall’immaginario collettivo. La prima nave a vapore nel Mediterraneo, la prima linea ferroviaria italiana (Napoli-Portici), la prima illuminazione cittadina a gas, la prima fabbrica metalmeccanica, il primo osservatorio vulcanico nel mondo, e tanto altro ancora. «E’ necessario e doveroso raccontare alle nuove generazioni che tutto questo ci è stato tolto con la forza, letteralmente depredato da invasori illegittimi, con la complicità degli Inglesi. La stessa arrogante prepotenza che oggi si perpetua in ogni ambito di vita comune, a cominciare dagli sport di largo seguito come il calcio: i favori alla Juventus e le sue vittorie rubate non sono altro che la faccia moderna del sistema contrario ad ogni meritocrazia introdotto dai Savoia».

A questo punto mi dichiaro cittadino borbonico e brindo a Ferdinando e Francischiello: ne vale la pena per dei Pallagrello così fenomenali, strepitosi, psichedelici, abbacinanti, indelebili, rivoluzionari e radicalmente ancestrali.
 

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