Quando Orvieto era il sole d'Italia

La storia vive di corsi e ricorsi e merita uno sguardo largo. Una lettura parziale, temporalmente limitata dei fatti, può risultare fuorviante e spesso conduce a conclusioni affrettate, approssimative e poco veritiere.

Il vino non fa eccezione. Per dire, superando con un significativo slancio all’indietro le magagne del passato prossimo, non possiamo non riconoscere ad Orvieto un ruolo centrale nel vino italiano, un blasone difficile da incrociare in altri territori e denominazioni del Paese.
Come spiegare altrimenti le generose scorte che tanti Papi fecero dei bianchi prodotti intorno alla rupe, gli appalti per la costruzione del Duomo e i pagamenti vitalizi in litri richiesti dal Signorelli per gli incredibili affreschi che ornano la cattedrale? Chi se la sente di giustificare altrimenti la scelta di Garibaldi, convinto che l’Orvieto fosse il vino ideale per il brindisi benaugurante alla sua impresa, o i versi dannunziani che descrivono quel vino come “il Sole d’Italia”?
Poco importa, dunque, che i fatti più recenti e le cronache di oggi ci mostrino un altro film (a tratti horror): Orvieto è un grande terroir del vino italiano. A dispetto dei tanti, troppi vini di scarso interesse prodotti oggi in zona, delle bassezze umane, di una fase storica piena di coni d’ombra e di una realtà che fatica a trovare un qualche legame col suo glorioso passato.
Li c’è un terroir ideale per la produzione di grandi bianchi mediterranei, diviso tra terreni vulcanici e suoli di origine marina, argille rosse e zone calcaree che ricordano i Cannubi, calanchi e sabbie che regalano fossili e conchiglie. Per non dire della città underground, i cunicoli scavati nel tufo e le fresche cantine dove venivano prodotti e conservati i vini.
Non solo chiacchiere, carte e dissertazioni agronomiche. La grandezza di Orvieto torna di tanto in tanto alla luce come un tesoro sepolto e ci ricorda che si, tutto è successo per davvero, e “si può fare”.
L’ultima prova, pochi giorni fa da Barberani*, aveva la forma di una bottiglia renana e riportava in un’etichetta ormai quasi illeggibile una data: vendemmia 1969. Non una semplice prova dimostrativa ma un vino delizioso, bevuto con grande piacere in pochi minuti.
Giusto il tempo di stiracchiarsi per gli oltre 40 anni passati in vetro ed ecco un ventaglio aromatico che si fa via via più fresco, fino a incrociare un delizioso agrume candito. Il tratto è buccioso, probabilmente per aver fatto qualche giorno di macerazione, confermato peraltro da un leggero tannino. Poi un tocco complesso e tostato di caffè, prima di tornare su una freschezza decisamente iodata. In bocca è perfetto nel gioco dolce – acido, amabile come da antica tradizione della zona, sensazionale negli accenni di fiori macerati e noce moscata.
Fa pensare al sole. Si ecco, direi che questo vino è il sole d’Italia. Ma questa forse l’ha già detta qualcuno…

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