Apocalypse Euro


A fine novembre il Financial Times annuncia che l’Euro Zona collasserà, trainata dall’imminente fallimento di Grecia, Spagna e Italia. Wolfgang Muenchau, sostiene che i leaders europei hanno pochi giorni per trovare una soluzione a questa crisi ed evitare così una violenta caduta.

L’opinione generale, sempre secondo Muenchau, è che tutto ciò non dovrebbe investire la totalità dei paesi membri, ma potrebbe voler dire che per alcuni sarà necessario abbandonare la moneta unica e ritornare alla vecchia valuta, quella nazionale.
Al momento questo scenario sembra molto plausibile in Grecia, ma anche gli altri due paesi stretti dal debito come Spagna e Italia, potrebbero ritrovarsi a dovere seguire questa strada, sempre secondo il columnist del Financial Times.
Essendo la mia vita lavorativa condizionata dal prodotto vino, mi domando cosa succederebbe nel settore in cui opero se queste eventualità dovessero realizzarsi. Spagna e Italia sono le culle di aziende vinicole i cui contratti, conti bancari e scambi commerciali sono in euro. Quali difficoltà dovrebbero affrontare se questa  prospettiva si avverasse? Con queste domande sono andata a curiosare nella rete e tra i giornali, e qualche risposta l’ho trovata.
Mike Stienberger ha scomodato grossi nomi del settore per sondare il terreno e capire chi e come si stia preparando a questo scenario. Il risultato è che di fatto ancora nessuno paventa tale possibilità, ma scava scava una certa idea emerge. Un’idea positiva da parte di molti nomi dell’importazione di vini italiani, spagnoli e greci.


Tornano in mente i bei tempi in cui l’Italia era meta di turisti americani dal dollaro forte, disposti a comprare tutto, in particolare bottiglie e casse di vino. Erano i tempi pre-euro, quelli in cui anche le esportazioni dei nostri vini, toscani e piemontesi in primis, trovavano un consenso ampio negli Stati Uniti (che per molte azienda corrisponde, ancora oggi, al mercato estero di riferimento). Qualcuno oggi pensa che il ritorno alla lira per l’Italia e la peseta per la Spagna possa in qualche modo significare anche un ritorno a quel tipo di successo e vendita. Spiacente di non credere assolutamente a questo.
La prospettiva di abbandono dell’Euro Zone, come citato, riguarderebbe solo i tre paesi e non tutti e diciassette, questo vorrebbe dire che alcune forniture, quali ad esempio le barriques, arriverebbero da paesi dove la moneta è ancora quella unica, evidentemente più forte di quelle nazionali. Quindi, di fatto, a fronte di un indebolimento della valuta non ci sarebbe un risparmio nella produzione. Questo piuttosto implicherebbe la chiusura di aziende che già oggi faticano ad andare avanti.
Altro punto da non sottovalutare tiene conto di quanto successo anni fa in Argentina. Analizzando i prezzi a cui venivano proposti i vini argentini negli Stati Uniti prima e dopo il fallimento, non si rileva nessun cambiamento né in basso né tanto meno verso l’altro. Questo per ciò che sostenevo prima, ovvero l’acquisto di materie per la produzione veniva fatto in altre valute e non in peso, quindi i costi produttivi se non rimanevano gli stessi addirittura tendevano a salire.
In più, nonostante nel 2002 il peso abbia avuto una caduta del 75% di fronte al dollaro, sia gli importatori che i produttori si sono dimostrati riluttanti nel dover abbassare in modo drastico il prezzo, convinti che in questo modo il consumatore potesse percepire (come succede anche oggi) una minor qualità del prodotto.
Ma se questa fosse l’unica strada percorribile, ovvero se avessero ragione quelli del Financial Times e in pochi giorni ci trovassimo di nuovo alla lira? Come potremmo affrontare una crisi di tale portata?
Forse tornando all’autarchia? Usando le botti di castagno nazionale, la sabbia di ostia per produrre le bottiglie, il solo sughero sardo per i nostri tappi? E a quel punto, riuscirebbe la produzione nazionale a coprire l’intera domanda?

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