Tu HERES. Y tu serás…

Nel mondo del vino ci sono un sacco di giorni della marmotta: scene e situazioni che cambiano poco o niente e che, anno dopo anno, si ripetono uguali a loro stesse.

Eppure restano imperdibili. Le anteprime, l’arrivo a Vinitaly con sciampagnata di gruppo all’Osteria Sottoriva (giuro, quest’anno la salto!), le degustazioni della guida, Merano e compagnia cantante…
Nella mia personale e compulsiva benedizione annuale c’è anche la degustazione dei vini Heres al Wall Art di Prato. Sono un abitudinario non mi criticate siete come me… Però l’evento è ben organizzato e soprattutto il catalogo dei produttori è tra i pochi che tradiscono una riflessione più articolata del classico schema dei distributori di vino, riassumibile nella complessa formula CANTINA A + CANTINA B + CANTINA C.

Quelli della Heres c’hanno visto lungo in tempi non sospetti, mettendo in piedi uno dei portafogli più personali e golosi del vino italiano, e da quanto ho capito saranno ancora protagonisti di mosse che precorreranno i tempi. Un uccellino seduto accanto a me a pranzo, peraltro piuttosto abbottonato, mi ha confidato che ci sono diverse novità in vista, sia tra i prodotti (cantina che esce, cantina che entra…) che, soprattutto, riguardo le strategie distributive e organizzative. Una Heres sempre più nazionale e meno toscano-centrica, in grado di dialogare con tutti i settori del vino, nessuno escluso, e attenta alla formazione. Vedremo.
Intanto ci sono da segnalare un paio di colpi da novanta che si chiamano, udite udite, Gianfranco Soldera (no, in degustazione i suoi vini non c’erano, e che siamo matti?) e Marco De Bartoli. Ma gli acquisti non finiranno qui, e i soliti bene informati dicono che per altri produttori fuoriclasse manca solo la classica firma.
A pranzo, dicevo, e infatti la foto in alto si riferisce proprio a quel momento. Nell’istantanea, fornita dalla preziosa sommelier nipponica Mirai Tsuda (loro la macchina fotografica non se la dimenticano mai), riconoscerete Sebastiano De Bartoli, Cesare Turini (fondatore e titolare della Heres), Luca Sanjust (Fattoria di Petrolo) e Marco De Grazia, con l’immancabile foulard colorato.
C’erano anche i loro vini, ovviamente: il Feudo di Mezzo ’08 Terre Nere mi è di molto piaciuto, toscanamente parlando. Ha un profilo quasi selvatico che accompagna tanti piccoli frutti neri maturi, ribes e mirtillo su tutti; e poi in bocca è croccante, caldo e allo stesso tempo teso, quasi nudo, a tratti essenziale, poi di nuovo vigoroso e materico, per via di un tannino presente ma impeccabile. Il tutto avvolto da una mineralità scura, rocciosa. Una sorpresa è arrivata dal Galatrona ’02 di Petrolo, cui l’annata piccola ha donato spigoli ma non ammaccature, freschezza ma non (troppa) magrezza, limitando l’opulenta goffaggine di certi merlot figli dell’afa. E poi c’era il Ventennale Vecchio Samperi di De Bartoli, capace davvero di farti capire perché quei vini fossero tanto apprezzati (anche se la diatriba sulla pratica “inglese” di alcolizzare non si spegne, restando non proprio in linea con il De Bartoli – pensiero).
Tra i banchi del Wall Art, invece, saltellando qua e là come un’ape tra i fiori, cito a memoria i bianchi assoluti di Sabino Loffredo, in arte Pietracupa (non potendo però fare a meno di ritornare su un Quirico ‘08 – Campania Aglianico -, che sposta in alto l’asticella dei rossi maison… Dice che da quella vendemmia c’ha una vigna nuova, pare niente male, dunque aspetto con ansia il Taurasi pari annata), e quelli un po’ più riflessivi di Natalino Crognaletti. Buonissimo il Verdicchio Vigna di Gino ’09, che costa due lire, non delude il Vigna delle Oche Classico Superiore ’09. Un filo sopra della versione Riserva ’07, un po’ appesantita dall’alcol, e del San Lorenzo ’98, che per me resta davvero un mistero.
Menzione speciale, come se già non lo sapeste , meritano i vini di Martino Manetti. Splendido sia il Montevertine ’08 che il Pergole Torte pari annata, più nervoso del millesimo precedente (e vorrei vedere!), però di quelli che fanno urlare di gioia i soci del FSCC (Fanatici del Sangiovese del Chianti Classico). Poi teniamoli in cantina e vediamo che succede tra qualche annetto, che spesso gli spigoli tornano buoni.
Tra un Barolo Lazzarito ’07 Vietti (ancora il mio preferito tra quelli della cantina), e un Brunello ’06 Poggio di Sotto, non vuoi sgargarozzarti due robe francesi? Ecco allora gli Champagne Corbon (peccato solo che siano un tantino cari), guidati da un sontuoso Brut d’Autrefois, il Mersault Tillets ’07 del Domaine Jobard (buccioso e saporito, poi agrumato come se ti avessero ficcato una scorza di cedro in bocca), e i Marsannay di Bart (una sorta di via squattrinata, ma azzeccata, alla Borgogna rossa), con Les Champs Salomon che si piazza in testa a guidare il gruppo.

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