Critica della potatura

Qualche curva, un rettilineo, un po’ guido, un po’ penso… un’idea mi attraversa la strada, ma cos’era? Mi è scappata. Se ne presenta un’altra, mi ronza in testa da tempo.

Pensavo alla campagna, saranno gli ultimi anni in cui vediamo dei campi, fra trent’anni ci troveremo a dire «Ti ricordi quando si seminava il grano?».
E’ tutto in discussione… non faccio a tempo a finire un’altra curva e mi trovo sulla scena di una strage. Sono decine di tigli capitozzati, dei monconi neri, terribili. «Erano malati», saprò poi. Ah, loro? Mi sembra una di quelle frasi con le quali si giustifica qualsiasi cosa. «Non abbiamo tempo, la spesa la facciamo tutta al supermercato» E infatti nessuno sa più esattamente che sapore ha un uovo, o un prosciutto buono. O l’olio, il burro. Non cose complicate, delle cose semplici.
Ripenso a quei tigli, poveracci. Le odio le potature, le vedo come inutili amputazioni. Gli alberi restano tristemente dritti, ma sono segnati per sempre. Le potature stravolgono gli alberi, negano loro una forma, l’armonia, la possibilità di essere belli. Mi piace guardare quelli in mezzo ai campi, quelli che nessuno sente il bisogno di potare. Sono bellissimi, perfetti. Sono gli unici alberi liberi.

Ogni specie ha la sua forma originale, alcuni si spingono in alto, altri ricadono, altri ancora si allargano. Ognuno componendo una architettura codificata in milioni di anni. Altro che potature. È come nei sapori alla fine, l’originale è rarissimo. Una pesca matura per dire, una rarità.
Chissà se quelli che cucinano tutto lesso sono gli stessi che si accaniscono contro gli alberi perché hanno paura delle foglie che cadono… a pensarci mi sembra la stessa filosofia. Le potature non servono agli alberi, è una verità scientifica. Così come qualche grasso è indispensabile nella nostra dieta. E invece, tagliati. Alberi e grassi. Forme e sapori. E gli alberi che non abbiamo toccato sono più belli di quasi tutto quello che abbiamo costruito noi. Si pubblicano dei libri con gli alberi secolari, i patriarchi. È un elenco di sopravvissuti, mette tristezza in un certo senso. Ma in fondo è così anche per i sapori, la maggioranza è nella categoria della memoria, non nel nostro quotidiano.
Continuo a guidare, allontanandomi dalla via Emilia il paesaggio migliora, chissà i sapori. Speriamo, oggi sono in fuga…

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