L'Italia, la Francia e il costo dei minerali

L’arancia contiene la vitamina C, 9 X 9 farà veramente 81, è nato prima l’uovo o la gallina? Se continuiamo di questo passo, le annose e fondamentali domande di cui sopra, ancora parzialmente irrisolte, finiranno col cedere il passo a favore della più stringente attualità enoica: abbiamo o non abbiamo superato la Francia?

A parte che l’idea ci procura il fiatone, con attacchi di ansia improvvisa, noi davvero non ci sentiamo di rincorrere nessuno.
Ma ormai il quesito è sulla bocca di tutti e non interrogarsi sulla faccenda può risultare pericoloso, tagliandoci definitivamente fuori dall’intellighenzia del vino italiano.
Ora, il fatto che gli scribacchini di queste inutili righe siano costretti a vari espedienti per sbarcare il lunario, ma non rinuncino ad attraversare le Alpi (minimo) un paio di volte all’anno, dovrebbe già dare una base di riflessione su come la pensiamo, ma questo non vuol dire che il tema non ci crei comunque diversi grattacapi.

Il ragionamento, voglio dire, merita qualche declinazione e sarebbe sbagliato, oltre che ingiusto, dire che i grandi vini si trovino solo oltre confine. Una tarantella piuttosto diffusa, anche tra molti addetti ai lavori, è quella che vede i cugini primeggiare sui vini di punta, le grandi eccellenze di Bordeaux, Borgogna e Champagne, tanto per nominare tre riferimenti non proprio a casaccio, ma che sancisce altresì l’indiscussa supremazia italica sulle etichette di seconda e terza fascia. La qualità media del nostro Paese sarebbe più alta, con buona pace di tutti, e il famigerato premio del rapporto qualità prezzo, qualsiasi cosa significhi, non ce lo toglie nessuno…
Ecco, noi non siamo esattamente di quest’avviso, anzi crediamo che le stelle di prima grandezza di casa nostra siano in molti casi capaci di tenere botta con quelle degli amati – odiati cugini, non sfigurando affatto accanto ai mostri sacri del loro vino (e per di più costano parecchio, ma parecchio meno). Sulle etichette meno blasonate, invece, in molti casi anche piuttosto abbordabili, la faccenda ci pare meno rosea di quel che si dice in giro.
Scava scava, cerca cerca, ci capita spesso di trovare vini transalpini sotto i 10 euro capaci di stupire, in grado di andare oltre il compitino della correttezza grammaticale per lanciarsi verso vette di personalità assoluta. Con maggior frequenza, almeno per noi, rispetto ai pari grado delle nostre parti, in alcuni casi molto buoni, certo, ma meno capaci di trovare l’acuto dell’identità e dell’originalità territoriale.
Certi vini della Loira o del Rodano, per dire, delle vaste regioni del sud, così come molte etichette di produttori “minori” dei terroir più importanti di Francia riescono nell’impresa di andare ben oltre il loro compito e del loro prezzo, almeno se considerate con i nostri parametri.

Tra questi, solo perché l’abbiamo (ri)bevuto da poco, ci mettiamo un bianco dei Pays Nantais: il Muscadet Sevre et Maine Expression de Gneiss di Domaine de l’Ecu.
Prodotto da Guy Bossard, che ha scelto da tempo l’agricoltura biodinamica (è certificato Demeter), e chiamato come tutti gli altri vini tenendo conto del terreno di provenienza, questa bottiglia impressiona per una mineralità chiara e dirompente, tanto al naso quanto in bocca, che appare golosa e allo stesso tempo seria, appagante e rigida, di clamorosa e pericolosa bevibilità. A 7 euro in cantina.

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