Il tappo saltato

No, non mi riferisco alla caduta di Berlusconi. Anche se … Vorrei invece parlare del problema in senso proprio, stimolato da una discussione che si può trovare qui.

Può capitare, che alla cena fatidica in cui abbiamo deciso di stappare quell’unica bottiglia della Madonna (of the Madon), acquistata con sacrifici titanici, la bottiglia in questione “sappia di tappo”.
La maggior parte di noi eno-fissati, causa perenne mancanza di carta dentro il nostro borsello, non può fare finta di niente e semplicemente sperare che non capiti più. Bisogna farci venire qualcosa in mente, capace di sconfiggere l’ineluttabile. Non ci resta altro che sparare la nostra ultima cartuccia: rompere i “gabbasisi”, come direbbe il commissario Montalbano, al produttore.
Esistono molti produttori che hanno risposto ad una mail, ad una telefonata, ad una lettera nel breve spazio di un respiro e che hanno mandato una bottiglia “numero 12”, nel senso di “riserva” (non una Riserva), anche senza voler il tappo incriminato per verificarne il contenuto in tricloroanisolo. Purtroppo, però, ci sono (e come se ci sono) quelli che devono fare i “fenomeni”, fregandosene dei clienti, senza dei quali il vino però se lo devono bere tutto da soli.
Tanti “direttori clamorosi” di mega aziende super blasonate non si sono fatti sentire, come molte contesse “Mazzanti Serbelloni Vien dal Mare” di turno, ci hanno risposto con una pernacchia figurata e cioè con ragionamenti agghiaccianti del tipo “la bottiglia sa di tappo perché l’avete conservata male”, scavando così un insormontabile solco tra noi, “merdacce”, e loro abitatori dell’Olimpo enoico.
Ora, siccome noi, da buoni eno-fissati, non possiamo fare a meno di provare quella mitica bottiglia di Sangiovese piuttosto che di Nebbiolo – non ci dormiamo neppure la notte, che ci volete fare – siamo pure andati a ricomprarla, nonostante il suo costo sempre non proprio abbordabile e, soprattutto, avendo ben chiaro il fatto che il suo artefice fa parte a pieno titolo della categoria umana di “stronzo”.
Urge un cambio di rotta, di prospettiva, una rivoluzione copernicana. Un moto di liberatoria novità, che ci affranchi dal nostro status di forzati dell’assaggio: mandiamo dove meritano di andare certi pezzenti e i loro vini da sogno. Che ne dite?

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.