Ve la racconto io l'Australia. Part Two


Dopo un paio di settimane di viaggio, inevitabilmente, la triade carne-pesce-patate seppur di buona qualità, riesce a stufare perfino gli oltranzisti del “mangio-solo-cibo-locale”.

Unico rifugio psico-gastronomico è la cucina etnica. In un paese dove l’immigrazione massiccia per forza di cose (leggi vicinanza territoriale, si fa per dire) arriva dall’Asia non potevano non proliferare ristoranti cinesi, giapponesi e thailandesi che nulla hanno in comune, per fortuna, con l’equivalente italo-cinese.
Meno fritture, più raffinatezza, cibi al vapore e sapori freschi molto vicini agli originali. Il mercato del pesce di Sydney è in questo senso l’apoteosi dell’etnicità. Un posto facile, piacevole, con visi e profumi da tutto il mondo. Ci trovate di tutto, dalle ostriche ai satay di pesce indonesiani, dagli spiedini tandoori alle aragoste, il tutto freschissimo e a prezzi più che abbordabili, cucinato al momento sotto i vostri occhi, da consumare, preferibilmente, seduti sul prato antistante, ipnotizzati dalla bellezza del porto.
Onnipresente nel catalogo etnico australiano anche il famigerato “kebab”. Persone del posto mi hanno intimato di evitarlo come la peste. Il motivo ve lo risparmio, pena malessere gastroenterico immediato, ma ascoltatemi, se andate in Australia non mangiate il kebab!
Tra le cucine etniche ci metto pure quella italiana che una volta emigrata negli altri continenti acquista un non so che di esotico. Sarà che siamo ortodossi, sarà che il ragù della nonna, della zia e pure della suocera è sempre buono, ma la pasta, c’è poco da fare, nell’emisfero sud del mondo subisce una cottura prolungata che la rende nel migliore dei casi super-collosa, gli gnocchi sono pietre contundenti lanciate contro i clienti e la salsa di pomodoro annega nell’aglio.

Nel lato junk food che non può mancare ci metto naturalmente tutti gli Hungry Jack’s, Red Rooster e MacDonald’s del caso (sempre e comunque utili per le emergenze), mentre le Food Court oppure Hall, chiamatele come vi pare, sono un concentrato di chioschetti fighetti nel piano interrato dei mega store o centri commerciali dove trovare insalatine oriental-style con le arachidi e soffici (?) panini imbottiti con qualsiasi ingrediente immaginabile.
Ok guys, scordatevi il prosciutto crudo di Parma e sostituitelo con l’arrosto annaffiato di salsa gravy.
E chiudo il tour con qualche veloce considerazione sulla “Mod Oz” la cucina moderna australiana: audace, avvincente, fine, esotica al punto giusto. Quella che sa conquistare al primo assaggio e usa ingredienti locali (e come potrebbe essere altrimenti?!) secondo una sensibilità tutta “aussie”. Io mi sono avventurata nelle creazioni di Peter Gilmore al Quay di Sydney. Ho assaporato una cucina di grande intelligenza fatta di texture diverse, armonie di sapori, ricerca del prodotto autoctono di qualità (Gilmore ad esempio si fa coltivare i fiori di wasabi e alcune verdure particolari in Tasmania) e grande cura e originalità nella presentazione dei piatti.
Un rincorrersi di colori e forme che nel dessert a base di lamponi e zucchero ha raggiunto l’apoteosi (anche se le “otto consistenze” di cioccolato servito con salsa calda di cioccolato ha conquistato i miei favori). Insomma una cucina ammaliante e una vista da sballo sull’Opera House che, come dicono quelli delle guide, “vale il viaggio”…

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