Il Francesco Pascale dello Champagne

Sorvolando su alcuni dettagli (dal nome ai tratti somatici), che rimandano in modo inquietante ad un incatalogabile personaggio irpino, costretto dal fato e forse da un’ingiunzione del tribunale a mandare avanti una delle più buone pasticcerie storiche che conosca (con annessa prestigiosa enoteca), devo dire che Franck Pascal è il mio vigneron champenois del momento.

Ho scattato la foto qui sopra davanti alla sua casa-cantina di Baslieux sous Châtillon nel mio ultimo giro da quelle parti, ormai quasi un anno fa. Il che mi porta a svariate riflessioni sullo scorrere del tempo, il senso della vita e il fatto che sono quasi rimasto senza Champagne, e che sarà bene programmare un nuovo viaggetto.
Il buon Franck, nonostante il nome, non è un gangster assoldato dalla malavita di Reims, ma un ragazzone dall’aria un pò funerea e slavata che un bel giorno ha deciso di mettere sotto sopra l’azienda di famiglia. Seminato lo zio, un pezzo grosso di non so quale comitato o cooperativa dello Champagne che lo ha rincorso per giorni con un forcone in mano, spaccata la famiglia che lo voleva internare nel locale manicomio, Franck si è ritrovato a gestire allegramente tre ettari e mezzo di vigna, ribaltando come un calzino i dettami dei “padri della patria” e abbracciando i principi, come li chiamano li, della bio-dynamie. Ricordate la canzone della Bertè sulle serate di gala a palazzo, ai tempi del matrimonio con Borg? “In culo alla tradizione…”.
Per quel che vale il mio parere Franck ce l’ha fatta. Le suo bollicine, se escludiamo i big della regione, le grandi maison che hanno fatto la storia della denominazione, sono tra le meglio riuscite e personali della tipologia.
Le mie preferite del momento, come dicevo (tra le aziende che conosco e ho visitato, ovvio), appaiate, spanna più spanna meno (mi espongo di brutto), a quelle di un mostro sacro come Egly Ouriet. Che a dire il vero, però, ha una gamma e un numero di bottiglie meno amichevole.
Franck mi è tornato in mente perché ho appena stappato un suo Brut Rosé, fatto con uno Champagne Réserve (quasi esclusivamente pinot meunier, una varietà piuttosto apprezzata dal nostro amico) con aggiunta di vini rossi da pinot noir e ancora meunier.

Bevuta splendida, come quella di altre etichette della casa assaggiate in questi mesi, capace di virare nel bicchiere da sensazioni di scorza d’agrume e nocciola a complesse note pinotteggianti e vinose, dai piccoli e saporiti frutti rossi a sensazioni di cacciagione e spezie (chi ha familiarità con certi Borgogna avrà già capito a che mi riferisco).
Uno Champagne Champagne, comunque, di splendida nitidezza espressiva, più riduttivo che ossidativo e dalla grana finissima. Ecco perché è fuorviante accostarlo a Selosse, che invece va spesso nella direzione opposta.
Se a qualcuno è venuta voglia di andarlo a trovare faccia un fischio, e chissà che non riusciamo a fare incontrare il Pascal di Baslieux col Pascale di Avellino centro…

Ecco dov’era finita la bottiglia….

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