Simon Schama e Adam Gopnik | Piaceri, simboli e filosofia della tavola

Adam Gopnik: Sai, mi sembra che a volte ci vengano proposte scelte alimentari sbagliate. Ci dicono che la nostra dieta deve essere razionale e sostenibile. Deve salvare il pianeta. A me pare che gran parte delle nostre scelte alimentari abbia un qualche valore simbolico. Non sono destinate a salvare il pianeta o a salvarci la vita… Può essere che mangiando a chilometri zero tutto questo risparmio energetico non ci sia. Che sia più positivo per il pianeta se mangiamo agnelli neozelandesi. Ma l’esperienza di comprare direttamente dal contadino e parlare con lui è irrinunciabile… L’idea di rispettare il pianeta è allettante ma ci sono tesi molto valide secondo cui la sostenibilità è solo un’illusione o quanto meno un’esagerazione.
Simon Schama : Dicono che così priviamo gli agricoltori del Kenya di venderci fagiolini verdi.
Adam Gopnik: Spesso è solo questione di mode. La nostra ossessione di chiedere la provenienza del manzo è assurda come era assurdo per i nostri bisnonni ordinare fragole a dicembre. La mia tesi è che la nostra non è una vera scelta. Non è così che è organizzata la vita degli uomini. Le cose più importanti che facciamo sono gesti simbolici. E’ quello che dà senso alla razza umana.
# Breve stralcio di un interessante dialogo (qui la versione integrale), apparso domenica 8 gennaio su Repubblica (già sul Financial Times*), tra lo storico britannico Simon Schama e il critico americano del New Yorker* Adam Gopnik. Il tema è quello dei piaceri della tavola e della filosofia che si nasconde dietro il cibo e le tradizioni ad esso legate.
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Tags: Adam Gopnik, antropologia alimentare, cibo e cultura, cultura alimentazione, Simon Schama
Categorie: Australia, Dire, In primo piano, Sicila, Umbria, Viaggiare
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Su un D di Repubblica di Settembre c’era un’altra intervista altrettanto interessante a Gopnik, una specie di ritratto di questo autore e mi ha fatto venir voglia di comprare il suo libro Da Parigi alla Luna.
Poi se proprio ti vuoi divertire i suoi articoli sul New Yorker sono l’espressione di una penna sottile e tagliente, per noi ancor più piacevole quando il soggetto è il cibo, la ristorazione, insomma ciò che tanto ci appassiona.