Scusa Ameri, ti interrompo da Taurasi…

Né il cantiere della Salerno-Reggio Calabria, né il conflitto arabo-israeliano. La vera questione irrisolta del nostro tempo su cui tutto il mondo si interroga è l’eterno dibattito sull’aglianico.

Attenzione, perché sto per partire con tutto il repertorio su Plinio e Tito Livio, i coloni greci e gli imperatori, Federico II° e Sante Lancerio bottigliere di Papa Paolo III°. Anzi no, facciamo che passiamo direttamente al secolo scorso, alla gloriosa epopea della ferrovia del vino, alla fillossera, ai fratelli Mastroberardino in giro per le campagne.

Va bene, ho capito, per la mia incolumità forse è meglio restare nel 2009 e riproporre una domanda semplice semplice: ma con questo cavolo di vitigno si fanno vini buoni oppure no? Semplice semplice una bella s@@a, come avrebbe efficacemente sintetizzato un nostro amico-collega che spero non vorrà far mancare le sue riflessioni.

No, perché quando si parla di aglianico dobbiamo districarci fra Parker che la indica come la più completa varietà europea e le cantine piene di invenduto, tra le migliaia di appassionati che hanno affollato le ultime edizioni di Anteprima Taurasi e le poche bottiglie effettivamente stappate in giro per l’Italia, tra l’interesse che sta suscitando l’evento programmato per l’11 e il 12 novembre alla Fabbrica dei sapori di Battipaglia (vedi qui per il programma e qui per le aziende partecipanti) e i feedback spesso “tiepidi” di bevitori abituati a confrontarsi con le più prestigiose denominazioni piemontesi e toscane.

Contraddizioni che si presentano in continuazione soprattutto quando ci si riferisce al Taurasi, che dell’aglianico può essere considerato un po’ il paradigma, nel bene e nel male. Se n’è parlato diffusamente sul forum del Gambero Rosso in una lunga e accesa discussione (vedi qui), nella quale sono emerse diverse ipotesi a sostegno delle potenzialità e delle problematiche della denominazione irpina. Si è sottolineato spesso la difficoltà dell’aglianico e del Taurasi nel proporsi come entità pienamente apprezzabili nell’immediato e una prima risposta abbiamo cercato di darla in seguito ad una recente orizzontale dedicata alla vendemmia ’99 (leggi qui, qui e qui).

L’altra questione emersa con forza sul forum ha invece a che fare con lo stato di salute della viticoltura irpina: diversi appassionati sono convinti che il Taurasi faccia fatica ad affermarsi su larga scala perché si produce troppo, specialmente in riferimento all’indice di resa per pianta. Le enormi raggiere che si incontrano girando per la Valle del Calore non aiutano certo a farsi un’idea diversa, così come la natura montagnosa e frastagliata della zona, nonché il grande frazionamento della proprietà, non contribuiscono senz’altro a diffondere l’immagine di una terra da vino modello Langa.

Però sappiamo che a partire dalla metà degli anni ’90 è iniziato un lento ma progressivo processo di riconversione del vigneto taurasino, con un incremento costante degli impianti “moderni” coltivati a spalliera. Una quota ancora troppo poco visibile nel mare magnum di vigne destinate alla produzione per autoconsumo o per la vendita di sfuso.

Ma è a questa quota che bisogna riferirsi, scavando tra i mille rivoli delle colline irpine, per fare il punto sulla qualità della materia prima che concorre nelle ultime vendemmie alla produzione di circa 1 milione e mezzo di bottiglie di Taurasi. Già, perché gli ettari effettivamente destinati ad aglianico per Taurasi Docg sono oggi meno di 300 e sono quelli che devono essere, giustamente, passati ai raggi X.

Proprio per cercare di capire come stanno effettivamente le cose abbiamo deciso di andare a vedere con i nostri occhi (vedi il video) come si presenta la situazione alla vigilia della vendemmia 2009. Un’annata per molti versi complicata che, come al solito, obbligherà a grandi distinguo tra sottozone, singole vigne e singoli produttori.

Prima le piogge tardo primaverili e gli attacchi di peronospora, poi le complicazioni causate dalla tignola, qualche grandinata tra luglio e agosto e infine un inizio di autunno piuttosto piovoso che una varietà dalla buccia sottile come l’aglianico non gradisce di certo, specialmente nei siti più umidi e meno ventilati. Senza considerare le questioni legate ad un millesimo estremamente produttivo, con un surplus di rese in vigna stimate intorno al 15-20 %.

Il punto, comunque, non era tanto trarre delle conclusione sulla qualità dell’annata, per quello serviranno tempo e pazienza. Col nostro giro volevamo cercare di capire come vengono gestiti gli impianti più moderni dell’areale e quanto la zona è ancora distante dagli standard viticoli ritenuti necessari oggi per progettare un grande vino.

Le prime conclusioni, come spesso accade quando si va in giro per l’Irpinia, sono sorprendenti e contraddittori e obbligherebbero ad aprire una lunga parentesi per sottolineare una volta di più come il mondo del vino sia tutt’altro che una scienza esatta. Ma sarebbe una parentesi talmente lunga e complessa che sembra troppo perfino a me.

Date un’occhiata e se volete ne riparliamo…

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Categorie: Bere, Campania

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Commenti

Bravi Lello e Paolo, una buona vecchia inchiesta sul campo invece di parlarci addosso.
L’anno prossimo si può pensare di farla ad ampio raggio.
In sintesi giornalistica, la diversità espressiva in bottiglia è il risultato non solo delle diverse tecniche di gestione della cantina, ma anche della vigna.
Come hai detto nelle conclusioni, c’è davvero tanto da fare
E cominciamo a pensare alla 2000…

@ Luciano: quando dicevo che bisognava rimetterci a studiare parlavo proprio di questo, ricominciare da quello che esiste e cioè le vigne e l’uva. Però Lucià,CHE CONFUSIONE…

Con il Manifesto???? :-)

Le conclusioni del video sono a dir poco meravigliose…Bravi, bravissimi entambi.

P.S. Ma un’inquadratura a Lello la si poteva fare….

P.S.2 La famiglia Molettieri è da cineteca…

@ Mauro: Il bimbo in braccio a Salvatore è suo nipote (figlio di Giovanni) e si chiama Salvatore, quindi ti lascio immaginare il viso del nonno in quel momento. Mi rammarico solo di non aver potuto accettare il loro invito a pranzo. Ti immagini un pranzo domenicale a Montemarano a Casa Molettieri?

Ma il Manifesto vi ha pagato per questa fitta pubblicità? E poi la fronte di Marrazzo farà bene a quelle piante??
(^_^)
comunque la questione quantità di grappoli è complessa, sarete stati anche sull’Etna, anche lì c’è una variabilità impressionante, almeno per tutti quei vigneti seguiti da Foti. Non vengono fatti interventi di riduzione sulle piante se non in minima parte, molte piante sono piene di grappoli di peso notevole, eppure i vini non sono certo “leggerini” o privi di spessore. Foti è per mantenere ove possibiloe l’alberello, e ha le sue ragioni dettate dall’esperienza sul posto. Da altre parti va meglio la spalliera a guyot, da latre ancora il cordone speronato ecc.
Ma sulla quantità di grappoli e sul peso si apre un discorso infinito, anche sulla base di ciò che si vuole ottenere: più concentrazione e potenza o più eleganza e bevibilità?
Forse il discorso sulla qualità va visto in un contesto più ampio.

Parlando con diversi agronomi ed enologi, viene fuori che la riflessione su allevamento e potatura è quanto mai all’ordine del giorno. In relazione allo stile dei vini che si vogliono ottenere, ovvio, ma anche pensando ai cambiamenti climatici degli ultimi anni, che inevitabilmente cambiano il quadro generale. Poi ci sono le specifiche e i distinguo del caso, in relazione ad annate, territori e soprattutto vitigni…

@ Roberto: è proprio questo il punto, il discorso sulla qualità va per forza visto in un contesto più ampio.
Ad esempio nel giro di domenica le vigne più cariche di uva erano sicuramente quelle di Molettieri a Montemarano. Ma erano anche le più belle e sane. E poi non ci dimentichiamo che chi non apprezza a pieno Molettieri è perché gli imputa degli eccessi di materia, estrazione e alcol. Se abbassasse ancora le rese, che mostri di vini farebbe?
E invece si imputano caratteri di vini “poco persistenti” o polverosamente tannici proprio là dove le rese oggettivamente si abbassano…
Il discorso, come dici tu, è potenzialmente infinito perché infinite sono le variabili (sottozona, cloni, esposizioni, maturazioni, terreni, sistema di allevamento e soprattutto resa in bottiglia). Mi piacerebbe che passasse almeno questo concetto e in futuro si riflettesse un attimo di più prima di indicare con sicurezza i motivi del bene e del male di un territorio e relative ricette.. Sarebbe tutto troppo facile se bastasse fare 4 grappoli per pianta per far uscire il Taurasi e l’aglianico dal loro limbo.

perfetto, Paolo. Siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

Caro Paolo, complimenti per il reportage, davevro intertessante. Il bello della viticoltura è proprio la sua ricchezza di variabili e la capacità dell’uomo di ragginugere un punto di EQUILIBRIO fra le innumerevoli componenti che entrano in gioco. L’equilibrio un concetto che trovo davvero poco evocato quando si parla di vino e soprattutto di tecniche per la sua produzione e che evidentemente non sta in ricette preconfezionate e/o soprattutto in rese ridicole. Poi alla fine se lo dà la pianta stessa da sola ed è per questo che quelle più vecchie sono decisive per fare i grandi vini.

e vaaaaiiiiii, franco. non ci speravo più sul tuo intervento che oltre a condividere pienamente era particolarmente atteso, data la “citazione” iniziale…
;-)

carissimi paolo e lello,per caso ho scoperto questo blog e non vi dico la mia gioia nell’incrociare “gente” come voi che il vino lo studiano sul campo.Anzitutto vorrei sapere da paolo come si sta da sposati; mi auguro che tu beva ancora per il piacere di bere e non per dimenticare!!!Passando a cose più serie:verso la fine del servizio tu hai detto che una produzione di 60 quintali ad ettaro è eccessiva (anche se nel calcolare le quantità totali non hai tenuto conto dei diversi sesti d’impianto riscontrati)ma se non ricordo male siamo al di sotto dei limiti imposti dal disciplinare,pensi quindi che bisogna modificare il disciplinare oppure lo dici perchè nel dibattito tra gli addetti ai lavori emerge che una vigna per un grande rosso non può produrre tanto? Apprezzo molto la tua caparbietà nel cercare di individuare le potenzialità espressive del vitigno aglianico attraverso eventuali interventi sia in vigna che in cantina che possano domare le sue eccessiva intemperanze riguardanti soprattutto le sue “durezze”,ma sono comunque d’accordo con te quando fai giustamente rilevare che le variabili che concorrono a determinare il risultato sono tali e tante che giustificano la specificità e quindi la tipicità di un vitigno che definiamo AUTOCTONO e quindi è un’altra cosa rispetto al sangiovese.In soldoni l’aglianico questo è!!!Senza le sue intemperanze, le sue irruenze,le sue asperità,come farei ad abbinarlo al mio prosciutto di montone che ben conosci? A proposito,non ti manca?
P.S. Sto organizzando la serata con la volpe!!! Vi abbraccio lello tornatore

Ciao Lello, è un piacere “leggerti” e ti ringrazio per le belle parole. In effetti la parte finale del video può essere fraintesa senza un riassunto delle puntate precedenti. Il video nasce da un lungo dibattito che abbiamo avuto sul forum del gambero rosso sui problemi dell’aglianico e da alcune fotografie postate che fanno pensare ad una situazione di estrema sovrapproduzione.
In quella sede io ho sempre sostenuto che sugli impianti a spalliera la situazione non è così tragica e che la produzione mediamente si inserisce in una fascia di 60-80 quintali ad ettaro e 2-4 kg per pianta, a seconda del sesto di impianto, come giustamente ricordi anche tu.
Quando dico che comunque non va bene, non mi riferisco al limite del disciplinare ma alla necessità, evidentemente, di auto-limitare ancora di più òa produzione per progettare un grande vino con piena maturazione polifenolica, problema principale dell’aglianico. Anche perché i grandi barolo e brunello in genere nascono da vigne con produzioni di 50-60 quintali ad ettaro.
Ma il punto evidentemente non può essere nemmeno questo al 100% se è vero come è vero che alla fine le uve più sane e belle le abbiamo viste proprio dove c’era un po’ di uva in più sulla pianta. Non può essere indicata come regola al contrario, ma ovviamente tutto questo lascia a dir poco aperta tutta la questione…
ps per il prosciutto di montone e la volpe siamo sempre abili e arruolati, moglie affamata compresa…

sarà che alla fine, almeno sulle rese, il disciplinare una sua ragione ce l’ha?

Caro Paolo,prendendo atto che sei ancora abile e arruolato n onostante l’evoluzione del tuo stato civile,ti vorrei specificare meglio ciò che volevo rimarcare.
Quando scrivo che le variabili che concorrono a determinare il risultato sono tali e tante ,trovo conferma nelle tue parole con le quali sostieni che la necessità di autolimitare ancora di più la produzione non rappresenta la soluzione al 100%(quindi è una delle variabili).
Tieni conto che ci sono in giro una miriade di cloni,che così come per il nebbiolo esiste il Lampia che si caratterizza maggiormente per la produttività,il clone Michet invece, forse proprio perchè è meno produttivo, riesce a raggiungere un complesso polifenolico più persistente nella fase di invecchiamento,per l’aglianico i cloni sono molti di più,così come hai avuto modo di constatare nella tua esperienza sul campo.Ci sarà quindi un clone di aglianico di taurasi più predisposto di un altro per la piena maturazione polifenolica?(altra variabile).
Dici non bene,ma benissimo quando dici che “la questione è a dir poco aperta”.Ma siamo sicuri che preventivamente all’impianto delle vigne da noi si siano fatte analisi del terreno per la scelta del portinnesto(altra variabile),verifica e scelta del clone da utilizzare ecc. ecc.Se veramente vogliamo stabilire quali siano le reali potenzialità dell’aglianico,c’è bisogno di una lungae impegnativa sperimentazione sul campo, in vigne laboratorio che producano uve per microvinificazioni catalogate valutando quante più “variabili” è possibile.
Ma ci rendiamo conto di che cosa significa questo in termini economici e di tempo?
E’un impegno che sicuramente non può assumere un privato.
Ma quì casca l’asino!
In una provincia e in una regione che intendono il comparto vitivinicolo marginale ti puoi mai aspettare che “il pubblico” si faccia carico di tali esigenze?
P.S.Saluti ad Antonio Boco.
Lello Tornatore

Mi complimento molto per il servizio e per il successivo blog. Magari non sarà altissima la significatività statistica media delle misure ma almeno avete fatto delle misure. la stragrande maggioranza delle persone che dibattono su livelli produttivi e denominazioni, con potere decisionale a livello reionale e nazionale, non le hanno mai fatte, e lo si capisce chiaramente dalle cose che dicono. Il concetto di produrre molto poco per fare molta qualità è stato sicuramente enfatizzato e soprattutto banalizzato, come se questa fosse la chiave di tutto. Ciò non toglie che sia un parametro fondamentale, soprattutto visto come produzione per metro quadro di foglie attive più che per pianta (il cosiddetto crop load). Ma terroir diversi e climi diversi sostengono “crop load” diversi. Credo che già questo concetto dica quanto il tutto sia complesso. E non crediate che nelle Langhe le produzioni siano molto diverse: dipende. E lo dico avendo usato pure io la bilancia per un po’ di anni. Scusate la pedanteria: sono notoriamente un saputello.

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