Inaki Aizpitarte fuor d’acqua

Non sono mai andato a Le Chateaubriand, uno dei posti più à la page di Parigi, un riferimento per il gruppo di Omnivore (100% Jeune Cuisine) che ha inventato il fenomeno dei bistrot gourmand, e la sua presenza al ristorante Vite di San Patrignano mi sembrava una buona occasione per rompere il ghiaccio.
Eccomi allora seduto insieme ad alcuni colleghi pronto ad una esperienza che nella mia testa si annunciava fresca e divertente.
Si comincia male però… un piatto complicato: prima devi bere quel succo di agrumi dove galleggia un mezzo gambero, poi devi mangiare dei piccoli calamari crudi che sono arrivati in tavola su una griglia con tanto di brace sotto insieme ad una salsa servita a parte e poi a completare il piatto/itinerario un bel cuore di oca crudo tutto ricoperti di semi. Ci sarà una logica penso io, ma il cuore non lo mangio, lo ricordo come uno dei tessuti più tenaci che esistono e così intero non mi va. Mah…
Arriva il secondo piatto. Asparagi bianchi ghiacciati che galleggiano in una crema di latte (?) e sopra alcune foglie di un’erba che non ho identificato e parmigiano reggiano grattugiato. Non funziona. Non funzionano i sapori, le temperature, le consistenze, l’architettura generale. Un piatto pensato male, mi dico.
Arriva il terzo piatto, un rombo con le carote a rondelle che sembra un piatto da catering di matrimoni. Che delusione! La ventata di gioventù non è arrivata, è arrivata invece una cucina approssimativa, poco divertente, poco rifinita, molto ingenua. Erano tre piatti poco risolti, pensati male e anche poco buoni.
Ovviamente ci sarà per me una prova di appello, ma quella di Inaki mi è sembrata una cucina presuntuosa e naif. Ne ho parlato con Alessandro Bocchetti, un habitué del locale, e lui mi ha dato una lettura interessante: è l’ambiente la cifra del locale, la sua informalità , il pubblico giovane, i vini naturali. La cucina è sorprendente a tratti, ma mai in senso gastronomico. È una bella lezione per la ristorazione italiana, forse un po’ ingessata su vecchi canoni, ma diciamolo, sugli agrumi, le freschezze e le acidità abbiamo da dire di più. Potevo non dirvelo, certo, ma alla fine credo che il nostro ruolo non sia essere sempre rassicuranti, sempre politicamente corretti, sempre privi di spigoli.
Qualcuno mi ha tenuto e mi terrà il muso, ma io penso che ci siamo se siamo veri, anche scomodi delle volte, un vero confronto, un loggione pronto sia ad applaudire che a fischiare. Qui sono partiti i fischi ed è per questo che tutti hanno capito che il mio non era un tavolo di “PR”…
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Tags: Chateaubriand, chef francesi, cucina francese, cuochi francesi, Inaki Aizpitarte, ristorante Vite, San Patrignano, Squisito
Categorie: Dire, Francia, In primo piano, Mangiare
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Commenti
no antonio io ci sono stato e la cifra del locale è solo un po’ di decandenza che a parigi ne trovi quanta ne vuoi e la gente in piedi che aspetta mentre finisci di mangiare. se dev’esser questa la bella lezione per la cucina italiana, mi faccio volentieri ancora qualche anno di “gesso”
mah, secondome si rischia di essere troppo cattivi… La lezione dalla “nouvelle vague” parigina c’è eccome. In un mondo italiano in cui ancora troppo spesso si pensa che l’eleganza sia quella idea piccolo borghese e fogazzariana (le piccole cose di pessimo gusto), del servizio buono della nonna, della statuina di capodimonte nuova di pacca, delle tovaglie a terra e dei pinguini imbalsamati… quello stile tra madame Thussead e Poirot. Insomma in questa temperie in cui ancora TUTTI sguazziamo, il messaggio francese è divertente e innovativo: si può mangiare gourmet anzi “gourmettissimo”, senza svenarsi, senza messe cantate e giocando molto. Inaki nel suo “fighissimo” post-bistrot, dal look dodernamente delabrè come l’atelier Margela e dal servizio alla moda come una canzone di Bonnie Prince Billy, cambia un menù a sera in una girandola di piatti che fanno girare la testa. Talvolta si gode molto, talvolta meno, più raramente per niente… Ha ragione Giorgio, la follia e ingenuità è portarlo in tournè, la sua cucina decontestualizzata può sembrare banale… Cmq io me ne sono andato da Moreno quella sera, immaginavo qualcosa del genere, e ho goduto moltissimo ![]()
ciao A
Ps se potete correte a Rue Parmentier, cmq!
l’ingenuità di portarlo in tournè però è anche la sua, ricordiamolo, perché l’invito è stato accettato! Comunque sia i piatti secondo me erano deboli concettualmente e non semplicemente eseguiti male. in ogni caso io a parigi vorrei andarci, magari prenotando entrambi i turni in modo da non mangiare con l’ansia da prestazione… perché diciamolo, i turni fanno capodanno anni ‘70!!
segnalo:
http://consumazioneobbligatoria.blogspot.com/2011/03/amici-miei-parigi-3-delusione-inaki.html
invece potete leggere un pezzo moooooooolto democristiano sul blog di Cremona.
mah i turni sono inevitabili per tenere i prezzi bassi, poi scusate, sono il solo ad annoiarmi ore a tavola? Cmq io dal 13 giugno sono a Parigi, interessa?
ecco le parole di Aizparte http://www.scattidigusto.it/2011/02/02/inaki-aizpitarte-come-ti-raddoppio-il-successo-dello-chateaubriand/
Ciao A




Spesso i grandi cuochi “in trasferta” sono una delusione. Può entrarci anche questo nel ragionamento?