Il guardiano del Fara
Dato che sono a casa e non devo guidare, mi sto scolando con sommo piacere un Barbaresco ’05 dei Produttori. Essendo ormai alcolizzato (mamma, non è come pensi..), la bottiglia da 0,75 è un formato troppo ridotto per potermi definire ubriaco.
Ma è abbastanza per proiettarmi in quella speciale e ovattata dimensione di leggerezza che ti riconcilia col mondo e ti fa sembrare insignificanti tante cose per le quali normalmente ti fai sangue amaro.
E’ lo stato d’animo perfetto per provare a parlarvi dell’amore. Non quello cippi cippi, sole cuore, io te la chiedo tu me la dai. No, io parlo dell’amore per il genere umano, di quel sentimento che ti fa credere che, nonostante tutto, non siamo proprio da buttar via e ce la possiamo ancora fare a rendere questa terra un posto migliore. Certo, sarebbe più facile convincersi senza inciampare in un blog come questo, ma se avete anche voi un litro di nebbiolo in circolo potete afferrare quanto sto dicendo.
Nel mio percorso d’amore, il mondo del vino ha avuto un ruolo fondamentale. Lasciando per un attimo da parte gli effetti etilici disinibitori, sto pensando a tutte quelle persone speciali conosciute in posti che non avrei mai visto senza il vino. Persone che trasudano desiderio, memoria, sete di conoscenza, voglia di domani, persone nei cui occhi leggi un sogno che non deve essere necessariamente incubo per qualcun altro.
Non sono tutti così, sia chiaro, di infiltrati ce ne sono parecchi anche qui. Ma dimentichiamoci per una volta di finti artigiani e industriali senza cuore e focalizziamo il nostro chakra su tutti quegli uomini e quelle donne del vino che ci hanno fatto tornare a casa non solo con delle buone bottiglie ma anche e soprattutto con la sensazione di aver impiegato bene il nostro tempo.
Ecco, la mia mente vaga, rivive, ricorda. Franco Biondi Santi, Bruno Giacosa, Eric Rousseau, Antonio Troisi (rumore di cellule cerebrali in azione). Ferma un attimo: tra tanti volti dai capelli bianchi la mia corteccia scorge un giovane venticinquenne dall’accento piemontese e con due bottiglie di Leroy al posto delle braccia. Ci metto un attimo a capire: quel che rimane del mio cervello ha scelto un posto in prima fila per Nicola Lucca nell’hit parade degli incontri che rendono ancora così entusiasmante questo lavoro. E per favore, risparmiatemi battute e gomitate sulla parola lavoro.

Ho conosciuto Nicola a maggio in occasione di una degustazione sul tema Borgogna ’91, di quelle che si fanno tutti i giorni con gli Chambertin di Rousseau e Madame, La Tache e Jayer, con Ponsot a fare da “anello debole”… Solo dopo ho scoperto che era anche un produttore di vino, nella fattispecie l’ultima generazione in vigna e in cantina di Dessilani, storica azienda in quel di Fara Novarese. Mi colpì subito non solo e non tanto la preparazione e l’esperienza in fatto di argomenti vinosi quanto la sua voglia a dir poco contagiosa di condividere tutto ciò che ha imparato e sta imparando in così poco tempo.
E’ anche grazie a lui se oggi ho le idee un po’ più chiare su una zona tra le più affascinanti e controverse dell’universo vino come l’alto Piemonte. Ed è anche grazie a lui che adesso Fara e Sizzano hanno per me un senso diverso da quello di due nomi letti su un manuale di degustazione. Ma è soprattutto grazie a lui che una delle grandi domande dell’umanità ha finalmente trovato una risposta (guarda il video).
Come molti nel nostro piccolo mondo sanno, a fine agosto la Dessilani è stata coinvolta in un’indagine condotta dal corpo forestale di Novara e Vicenza e dall’Icq (Istituto controllo qualità del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali). Sui giornali si è parlato di un “caso Amarone taroccato” ma ad oggi la vicenda sembra molto lontana dalla conclusione. Seguirne gli sviluppi, come è giusto che sia, è operazione faticosa e difficile, anche perché, dopo le prime notizie diffuse a seguito del comunicato dell’Icq, non ci sono state altri aggiornamenti stampa né la Dessilani ha inteso far conoscere pubblicamente la propria versione dei fatti.
Sarei ipocrita se non dicessi che, comunque vada a finire, è una brutta storia che mi ha molto turbato e che spero si chiarisca quanto prima, non solo per l’azienda coinvolta ma anche e soprattutto per tutte le altre realtà della zona che lavorano con coerenza e che con tanto impegno hanno saputo riportare il nord Piemonte all’attenzione di addetti ai lavori e appassionati. Nel frattempo, però, ci tengo a dire che la mia stima e la mia ammirazione per Nicola restano immutate.
Anzi, è una stima accresciuta, a giudicare dall’energia e dalla tenacia con cui lo abbiamo visto all’opera al Chiosso, la nuova azienda realizzata con altri giovani soci a Gattinara. Ma anche e soprattutto ripensando alla batteria di vini che abbiamo potuto assaggiare in cantina a Fara, un vero e proprio percorso illustrativo della ormai mitica striscia morenica.
Non sono così ubriaco da non capire che questa è una faccenda delicata e ai doveri giornalistici, se ancora hanno senso per qualcuno, non ci si può sottrarre. Ma sono anche convinto che le persone non siano meno importanti dei fatti e il mio primo in bocca al lupo su questo blog me lo gioco volentieri con un giovane vigneron come ne vorrei incontrare più spesso sulla mia strada.

Gli assaggi
Nel video linkato trovate un po’ di informazioni sulle caratteristiche della zona in cui nascono le etichette di punta a base nebbiolo di Dessilani, un Ghemme, un Sizzano e ben tre Fara, i due cru Lochera e Caramino e la selezione Vecchie Vigne. Quindici-diciotto mesi di barriques e un anno di botte grande di rovere di Slavonia: l’affinamento prevede una formula “mista” che si riflette in vini dal respiro classico ma allo stesso tempo ben puntellati su un’integrità fruttata ed estrattiva più “moderna”. Insomma, uno di quei casi in cui si può restare dieci anni immobili prima di scegliere se c’è più tradizione o innovazione.
La maggior parte delle indicazioni su vigneti, percentuali di vespolina e uva rara negli uvaggi le trovate sul sito aziendale (www.dessilani.it) e se ancora non vi basta datevi una rinfrescata con il bellissimo racconto , di Mauro Big Viandante Erro. Anche a lui è toccato bere con la forza il Fara Caramino 1971…
Ghemme ’07 (campione di botte)
Molto promettente e già molto Ghemme, che nella mia testa vuol dire un frutto tendenzialmente scuro, radicoso, ematico, più largo che profondo. Agile e nervoso, si farà.
Fara Caramino ’07 (campione di botte)
Fruttato più fresco e vivace con spunti quasi selvatici, di macchia, restando nel bicchiere si fa ancora più arioso e articolato. In bocca c’è un fantastico contributo dell’acidità, lo sviluppo è saporito e ferroso e fa immaginare una futura agrumata complessità.
Fara Vecchie Vigne ’07 (campione di botte)
Cambio di passo in termini di profondità e lunghezza, molto marino, timbri di grande freschezza tra menta, agrumi, frutta bianca. Materia tannica potente e raffinata, sarà grandissimo.
Ghemme ‘06
Rispetto al fratello minore ha un frutto più rosso e una decisa florealità. C’è una punta di cacao ma soprattutto una polpa succulenta abbastanza fusa con un tannino di buona grana. Un pizzico di alcool da integrare.
Fara Caramino ‘06
Di nuovo impressioni di grande freschezza, spezie e arbusti, timbro minerale quasi affumicato. Attacco dolce di frutto, sviluppo più asciutto e severo, ha bisogno di tempo.
Fara Vecchie Vigne ‘06
Il più chiuso di tutti, con un po’ di pazienza si fa spazio una speziatura piccante e di nuovo un’impronta decisamente marina, iodata. Così come fa di nuovo la differenza una superiore fittezza tannica abbinata ad un centro bocca di ammaliante sapore.
Fara Caramino ’71 Vs Fara Caramino ‘78
Pensate sia un caso che gli anni di nascita mio e di Lello abbiano coinciso con due grandi vendemmie per il nebbiolo? Nel caso di Lello ovviamente sì. Comunque il confronto diretto vede prevalere, almeno per una volta, il millesimo lelliano grazie ad un secondo tempo di grande sostanza. Inizialmente il ’78 sembra avere uno sprint in più fatto di erbe mediche, radici, sottobosco, fiori secchi e soprattutto di un’integrità che può impressionare solo chi non ha assaggiato i Fara di Dessilani degli anni ’50. Ma anche il ’71 non scherza quanto a gioventù e mette la freccia dopo essersi aperto su note minerali e balsamiche di splendida definizione e aver svelato tutta la sua potenza palatale, carnosa, glicerica, appagante. Il ’78 cerca di restargli a ruota ma sconta una zavorra tannica di minore precisione e un’acidità leggermente anarchica.
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Tags: amarone taroccato, caramino, dessilani, fra, ghemme, lochera, nicola lucca, sizzano, striscia morenica
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Commenti
Grande Paolo e Grande Nick (vabbuò, grande pure Lello)…e grande pure la vigna Galizia, di cui aspetto di saggiare tra qualche anno l’evoluzioni etiliche….
Dai diamanti non nasce niente, dalla vigna Galizia nascono i fiori, anche se è pietra nuda.
Ciao Paolo, ciao Nick
http://img260.imageshack.us/img260/6231/grigliatagalizya1705090.jpg
@ Armando e Mauro: grandi voi! Vigna Galizia è una delle protagoniste del prossimo video, con un promo così che posso desiderare di più??
ma soprattutto: quand’è che finiamo di chiacchierare e ci mettiamo attorno ad un tavolo con un cavatappi pronto? grrrrrrrrrr
@ Lello: è il minimo che tu possa fare.. anche perché so che il sindaco di Fara ha promosso un’ordinanza per usare quel pilone che indica Nick nel video per una cosa che a te non dovrebbe fare particolarmente piacere..
@ Paolo: Non ti consiglio di venire in mia compagnia nella prossima escursione nelle terre Moreniche..la tradizione del luogo impone di sacrificare anche gli amici dei condannati..




Video grandioso,racconto bellissimo. Peccato per l’acidità “solo” leggermente anarchica del Fara Caramino ‘78… neanche quei vini hanno più il coraggio di essere radicali fino in fondo