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	<title>Tipicamente</title>
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	<description>idee vini gastronomia trascendente</description>
	<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:46:24 +0000</pubDate>
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		<title>Cicotto &#124; Il punto G (di Grutti) della Porchetta</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 07:44:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>daniele falchi</dc:creator>
		
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“In principio era il Forno, e il Forno era…” Beh, adesso non esageriamo ma devo dire che per me la porchetta è una specie di mania. Un po’ più di una predilezione: una devozione che mi appresto a celebrare con la quarta edizione di Porchettiamo, magari ricordando proprio la ritualità ancestrale del sacrificio del maiale, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2504" style="margin: 15px;" title="porchettiamo1" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/porchettiamo1.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<h4>“In principio era il Forno, e il Forno era…” Beh, adesso non esageriamo ma devo dire che per me la porchetta è una specie di mania. Un po’ più di una predilezione: una devozione che mi appresto a celebrare con la quarta edizione di <a href="http://www.porchettiamo.com" target="_blank">Porchettiamo</a>, magari ricordando proprio la ritualità ancestrale del sacrificio del maiale, a cui si “fa la festa” per poter fare festa.</h4>
<p>La cottura di un maiale intero comporta, naturalmente e per buon senso, la partecipazione di una moltitudine al consumo delle sue carni. Pietanza principale di un banchetto, non manca mai nei ricevimenti sull’aia che dalle mie parti sono stati un tempo di uso comune per ogni ricorrenza.  <span style="text-decoration: underline;">Ogni momento da immortalare è quello giusto per trovarsi davanti ad una dorata, fragrante e nobile porchetta</span>.</p>
<p>Dove c’è una <strong>porchetta </strong>c’è buon umore e tanta gente. E anche quando il buon padre di famiglia acquista per casa qualche fetta di porchetta, si porta dietro un po’ dei rumori, degli odori, dei colori della sagra dove l’ha comprata. E se l’ha presa in un chiosco di mercoledì? Porterà con sé comunque quell’idea di brulichio di gente indaffarata, turisti e viandanti che passano vicino all’incrocio o nell’angolo della piazza dove il porchettaro si è sistemato. Anche il singolo avventore del <strong>panino con la porchetta </strong>non si sente solo, perché partecipa, consapevolmente o meno, al <strong>rito collettivo del cibo di strada</strong>; gustosa parentesi che dà continuità al vissuto di un centro urbano o di una fiera. E ti fa osservare con più calma quell’angolo di un  palazzo che prima ti era sfuggito, o magari quella minigonna rossa laggiù…<br />
<span id="more-2506"></span><img class="size-full wp-image-2505" style="margin: 15px;" title="porchettiamo2" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/porchettiamo2.jpg" alt="" width="500" height="331" /></p>
<p>Penso invece alla <strong>solitudine </strong>del consumatore di <em>hamburger </em>nella asettica caciara del fast food, probabilmente gomito a gomito con qualcuno che non ha nemmeno visto in faccia, depositare il vassoio e uscire, solo un po’ più appesantito di come era entrato.</p>
<p>Ma il piacere della porchetta può raggiungere vertici da orgasmo? Ebbene vi annuncio che la porchetta ha il suo <strong>punto “G” </strong>(come Grutti) o se preferite punto “C” come Cicotto. Tradizione in via di estinzione, il <strong>Cicotto di Grutti </strong>è stato adottato da un gruppo di filantropi, costituitisi in consorzio di produttori, con l’intenzione di salvaguardarlo dall’oblio e di promuoverne la diffusione presso una più vasta platea di appassionati buongustai.</p>
<p>Con l’impegno della locale Condotta Valle Umbra, è già in fase avanzata il riconoscimento del <strong>Presidio Slow Food</strong> per la deliziosa leccornia. Se non sapete cos’è, <strong>Porchettiamo</strong> è l’occasione per farne la conoscenza. <span style="text-decoration: underline;">La sua cottura al forno si fa con un recipiente messo sotto la porchetta, per raccogliere i succhi che percolano a causa della temperatura. Lì avviene il prodigio. Tutte le parti sporgenti del porcello, zampetti, orecchie, coda e qualche altro pezzettino prelibato, vengono cotti in quel <em>confit</em>,  che li trasforma nella quintessenza della porchetta; la trasfigurazione del maiale sacrificato; il biglietto di sola andata per il paradiso del sapore</span>. E se non ci credete basta provare!</p>
<p>Avvicinandomi al banco della <strong>porchetta</strong>, a <span style="text-decoration: underline;">quel gigante legato come Gulliver nel paese di Lilliput</span>, mi domando: quale grande avventura è dunque la porchetta? Quali insegnamenti ci tramanda, densi di storie millenarie e tradizioni identitarie, di un popolo che in essa si riconosce e ne fa vessillo distintivo? Basta fare un salto a <strong>Porchettiamo</strong>: le risposte sazieranno anche la vostra curiosità.</p>
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		<title>Bocomabuono &#124; Le Fraghe - Bardolino Chiaretto Ròdon 2011</title>
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		<pubDate>Wed, 16 May 2012 06:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio boco</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[
Bocomabuono è la rubrica dedicata alle piccole produzioni, diciamo entro le 15 mila bottiglie all’anno. Uno spazio dove racconto, a modo mio, i vini che cerco o quelli su cui inciampo. E che mi paiono meritevoli di essere conosciuti, bevuti e magari amati. Vini noti o da scoprire, realizzati con cura, figli di progetti originali [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2500" style="margin: 15px;" title="le-fraghe" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/le-fraghe.jpg" alt="" width="480" height="640" /><br />
<em>Bocomabuono è la rubrica dedicata alle piccole produzioni, diciamo entro le 15 mila bottiglie all’anno. Uno spazio dove racconto, a modo mio, i vini che cerco o quelli su cui inciampo. E che mi paiono meritevoli di essere conosciuti, bevuti e magari amati. Vini noti o da scoprire, realizzati con cura, figli di progetti originali che diventano altrettante storie da narrare. Dentro e fuori la bottiglia</em></p>
<p><strong>Le Fraghe - Bardolino Chiaretto Ròdon 2011</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Ci siamo appena sfiorati in un viaggio negli Stati Uniti, qualche tempo fa. Due parole, forse tre ma niente di più. E allora davvero non capisco perchè Matilde Poggi mi è tornata più volte in mente in questi anni. Come mai quella donna sicura rimbalza forte tra i visi guasconi di quei giorni e di altri più recenti. E come hanno fatto i suoi vini ad imporsi come un vaso d&#8217;argilla in mezzo a quelli di ferro. Pian piano, certo, perchè la delicatezza ha i suoi modi. Non strilla, nè sgomita, per reclamare attenzione. E forse perchè ci vuol tempo e un pizzico di esperienza per farsi rapire da un Bardolino. Una voglia, un&#8217;idea sempre più forte e finalmente sazia. Ah, che sollievo il colore crepuscaolare del Chiaretto. Men che un velo di cipolla. E che freschi quei profumi (quasi) da vino bianco: pietrosi, di una bella e vivace mineralità, prima di divenatre nespola e rosa, scorza di mandarino e fragoline di bosco. Freschissima e verticale, la bocca fragrante e serrata trova i fiori di pesco per poi essere percorsa da una deliziosa vena di mandorla che contribuisce al finale amaricante, sapido ma dissetante. Ancora (quasi) da vino bianco. Connubio &#8220;diverso&#8221; di corvina e rondinella, sui terreni morenici del Garda.</p>
<p>Produttore: Le Fraghe<a href="http://www.fraghe.it/" target="_blank">*</a></p>
<p>Vino: DOC Bardolino Chiaretto Ròdon</p>
<p>Numero di bottiglie: 12.000</p>
<p>Prezzo: € 7 circa</p>
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		<title>Elogio della normalità</title>
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		<pubDate>Mon, 14 May 2012 06:11:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo de cristofaro</dc:creator>
		
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“Quando vado alla posta o al comune non mi aspetto mica di trovare allo sportello il poeta maledetto, l’artista o il clown. Voglio semplicemente una persona che sa fare il suo lavoro, non si perde in chiacchiere e sa che cos’è la gentilezza e l’educazione. E lo stesso mi aspetto da certi vini in certe [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><img class="size-full wp-image-2497" style="margin: 15px;" title="lescretes" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/lescretes.jpg" alt="" width="500" height="350" /></h4>
<h4>“Quando vado alla posta o al comune non mi aspetto mica di trovare allo sportello il poeta maledetto, l’artista o il clown. Voglio semplicemente una persona che sa fare il suo lavoro, non si perde in chiacchiere e sa che cos’è la gentilezza e l’educazione. E lo stesso mi aspetto da certi vini in certe occasioni”.</h4>
<p>Come sempre Maria Teresa riesce a condensare efficacemente in quattro righe il senso che inseguo in tre ore di inutili sproloqui.</p>
<p>Questa volta si ragionava sul pranzo appena terminato in uno degli indirizzi più suggestivi e affidabili della mia regione, uno stellato che vale il viaggio anche solo per il suo <strong>Pacchero al San Marzano </strong>(non posso fare nomi, ma tanto è facile). Concordavamo sulla piacevolezza della visita, prima di tutto per merito di una cucina niente fumo e tutta sostanza, ma anche grazie al vino che ci aveva fatto compagnia.</p>
<p>La carta offriva i suoi spunti più interessanti in Campania, tra l’altro con ricarichi a dir poco amichevoli, rivelandosi decisamente più scontata nella copertura nazionale ed estera. Dato che però in queste settimane sto facendo indigestione di <strong>Fiano, Greco e Falanghina,</strong> cercavo fuori regione un bianco croccante ma non troppo impegnativo, giovanile ma non primario, dinamico senza eccessi verticali. La scelta, quasi obbligata viste le opzioni, è ricaduta sullo <strong>Chardonnay</strong> <strong>“base” di Les Cretes del 2008</strong>.</p>
<p><span id="more-2496"></span><img class="size-full wp-image-2498" style="margin: 15px;" title="les-cretes-chardonnay" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/les-cretes-chardonnay.jpg" alt="" width="499" height="333" /></p>
<p>In macchina ripensavamo a come la bottiglia si fosse integrata naturalmente col nostro pranzo: <span style="text-decoration: underline;">a differenza di altre volte nessun commento, nessuna esclamazione di piacere o di disapprovazione, ma prima del pré-dessert era terminata</span>.<strong> Un vino molto normale</strong>, senza particolari picchi di complessità né di polpa, più agile che dinamico e in fin dei conti mancante di persistenza. Uno Chardonnay italiano sicuramente non caricaturale ma con i suoi limiti, se guardato nelle singole componenti, che ha tuttavia funzionato perfettamente in quel contesto. Non tanto per una questione di convergenze virtuose da <strong>metodo <span style="text-decoration: line-through;">Vaccarini</span></strong> <strong>Mercadini</strong>, tutt’altro: <span style="text-decoration: underline;">piuttosto per la sua capacità di farsi presenza discreta, quasi di mettersi al servizio del menù, senza urlare, senza millantare, senza pretendere. Lavorando come Oriali, un bicchiere mediano che conosce i suoi compiti e non ci prova nemmeno a fare il numero diec</span>i.</p>
<p><strong>L’elogio della normalità</strong> è un titolo ma soprattutto un promemoria: siamo così impegnati a cercare e raccontare, giustamente, i vini “diversi”, densi di carisma e personalità, che forse stiamo perdendo di vista tutta una serie di bottiglie altrettanto significative nella loro linearità. Rischiando di dimenticare una lezione che spesso si materializza nell’esperienza quotidiana: <span style="text-decoration: underline;">due caratteri forti difficilmente si piacciono in prima battuta, due prime donne raramente riescono a convivere</span>.</p>
<p>Chi è abituato a prendersi la scena e gli applausi solo in pochi casi è disposto a dividerli, a meno che non sia chiaro il ruolo di spalla per chi gli sta vicino, meccanismo decisivo nel successo di tanti duo comici. Di nuovo Maria Teresa mi faceva pensare ad una coppia di amici a cui vogliamo molto bene:<span style="text-decoration: underline;"> lui è uno di quelli che ti stordiscono per quanta energia si portano dietro, per quanto hanno da dare, da esprimere, da esigere in termini di ascolto e attenzione, lei è sempre un passo indietro, apparentemente dimessa, quasi a portare fisicamente addosso il peso del temperamento del marito col suo incedere curvo</span>. Per poi scoprirla leggera e spensierata come non immagini, con tanto da dire non appena si allentano le briglie e la presenza del compagno si fa meno ingombrante.</p>
<p>Mi sembra che più di qualche volta funzioni così anche nelle <strong>dinamiche gastro-vinose</strong>. Mi ritorna in mente il <strong>Clos 2007 </strong>di <strong>Dauvissat</strong> stappato a <strong>Le Villaret</strong> di <strong>Parigi </strong>qualche tempo fa: vino spaziale che però si è comportato come un vero e proprio corpo estraneo per tutta la cena. Anche qui c’entrano in minima parte le considerazioni sulla gioventù e gli abbinamenti, teoricamente costruiti su misura: <span style="text-decoration: underline;">si sentiva chiaramente che quello Chablis voleva gli occhi tutti su di sé, sembrava quasi di vederlo scattare di spalle e fare le bizze come una diva degli anni ’30</span>.</p>
<p>Non è automatico, ma spesso i vini di forte personalità si portano dietro un che di coercitivo: sei tu che segui loro, mai il contrario. Come non si chiede a<strong> Ibra </strong>di rientrare in difesa a fare il terzino o a <strong>McEnroe </strong>di non imprecare quando perde il punto o a<strong> Kobe Bryant </strong>di passare la palla negli ultimi due minuti di una gara non ancora decisa.</p>
<p>Ecco, da <strong>lettore-consumatore</strong> vorrei continuare a ricevere dritte su questi vini luccicanti di genio, autentici antidoti alla noia bevitoria. Ma se lo sforzo va soltanto in questa direzione, probabilmente viene a mancare un pezzo. Sarebbe altrettanto meritorio un lavoro di ricerca capace di segnalare quel che di interessante si nasconde nel “gruppone”: etichette non particolarmente <em>cool</em>, magari, ma cortesi ed affidabili come l’addetto allo sportello che sogna mia moglie.</p>
<p>Mi piacerebbe che le penne più brillanti, e ce ne sono, mi parlassero ogni tanto anche dei migliori vini “normali”, scegliendo di non abbandonarli al loro destino nelle mani dei banditori.<span style="text-decoration: underline;"> Bottiglie reperibili, costose il giusto, adatte a spiegare che “tecnico” e “industriale” non sono necessariamente termini da utilizzare con accezione negativa</span>. Bicchieri che possono stare a tavola <strong>tutti i giorni</strong>, raccontati per quello che sono, senza forzature o retorica, ma con il medesimo pragmatismo consapevole che ci guida nei nostri comportamenti d’acquisto quotidiani.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Il giorno che queste tipologie non ci riguardano più è lo stesso in cui abbiamo definitivamente confinato la bevanda cara a Bacco in ancella per poche occasioni, ben selezionate</span>. Forse è già così e allora è giusto che quei momenti siano scanditi solo da forti <strong>emozioni liquide</strong>. Se però non ci siamo ancora rassegnati all’idea di un pasto senza vino, se pensiamo che questo processo disperda non quote pro-capite ma pezzi di cultura, se siamo convinti che i confini delle campagne vadano oltre quel che ci elettrizza, se riconosciamo piena dignità ad una bottiglia che finisce senza pretesti cerebrali, beh, allora forse è una sfida che vale la pena raccogliere.</p>
<p><em>Foto1: cantine-italiane.info<a href="http://www.cantine-italiane.info/" target="_blank">*</a></em></p>
<p><em>Foto2: lescretes.it</em><a href="http://www.lescretes.it/" target="_blank">*</a></p>
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		<title>A Casa Mia in Chianti</title>
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		<pubDate>Fri, 11 May 2012 13:08:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>antonio boco</dc:creator>
		
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&#8220;Non sapete che di mercoledì è meglio non venire a San Casciano?” Evidentemente no, non lo sapevamo, e comunque non è che avessimo tutta &#8217;sta scelta.
Eravamo da quelle parti e la cena “A Casa Mia*”, un posticino delizioso a Montefiridolfi, è occasione da prendere al volo (tra i giorni di chiusura ufficiali, quelli improvvisati e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2489" style="margin: 15px;" title="acasamia11" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/acasamia11.jpg" alt="" width="499" height="669" /></p>
<h4>&#8220;Non sapete che di mercoledì è meglio non venire a San Casciano?” Evidentemente no, non lo sapevamo, e comunque non è che avessimo tutta &#8217;sta scelta.</h4>
<p>Eravamo da quelle parti e la cena “A Casa Mia<a href="http://www.acasamia.eu/default.asp#apriqui" target="_blank"><strong>*</strong></a>”, un posticino delizioso a Montefiridolfi, è occasione da prendere al volo (tra i giorni di chiusura ufficiali, quelli improvvisati e i pochissimi tavoli non sai mai se riuscirai ad andare), figuriamoci se ci mettiamo a fare gli schizzinosi sul giorno!</p>
<p>Già, ma che c’entra in tutto questo la chiusura settimanale dei negozi di San Casciano? Centra, date retta che c’entra. Almeno se volete bere una bottiglia decente a cena, perché tra i tanti pregi di questa osteria non c’è la <strong>carta dei vini</strong> (che avete capito? Non è che è brutta, è proprio che non c’è. Al più ci si bagna il becco con un vinello rosso della casa imbottigliato nel nostalgico fiasco).<br />
<span id="more-2490"></span><img class="size-full wp-image-2491" style="margin: 15px;" title="acasamia2" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/acasamia2.jpg" alt="" width="500" height="373" /></p>
<p>Dunque, la ricerca pomeridiana della boccia giusta comincia male. Saracinesche abbassate e sguardi sconsolati al nostro disperato grido d’aiuto… Quasi tutte, ma per fortuna non quella dell’enoteca <strong>Bacco in Chianti</strong><a href="http://www.baccoinchianti.com/" target="_blank">*</a> che in zona Cesarini ci salva dal malefico torchiato. Gira e rigira tra gli scaffali, decisi a prendere un vino del <strong><em>Chiantisciair </em></strong>(che volete farci? Siamo fatti così. Non ci sono bastati gli oltre 300 assaggiati in tre giorni di degustazioni. Ad ognuno le sue perversioni), la scelta cade su un <strong>Sangioveto 1999 </strong>di <strong>Badia a Coltibuono</strong>.</p>
<p><strong>A Casa Mia</strong>, di nome e di fatto. Tutto è semplice e informale, tutto immediato e senza fronzoli. Apparentemente lasciato al caso, nella realtà pensato per mettere a proprio agio gli avventori, senza sorprese sgradite o tempi morti.</p>
<p>Applausi alla cucina e alla sala, al super antipasto, agli gnocchetti con le cime di rapa e ricotta salata, all’anatra all’arancia, ai dolci fatti in casa, al caffè fatto con la moka, ai sorrisi, alla signora con i capelli rossi e a quella con i capelli neri, al cassetto del tavolo con le posate (ma perché non li fanno più?), alle travi di legno e al pavimento in cotto. Ad un garage che è diventato casa e ad una casa che è diventata ristorante. O forse viceversa. Ad un Chianti ammiccante ma tutto sommato autentico, e ad una toscanità cercata ma non troppo forzata.<br />
<img class="size-full wp-image-2492" style="margin: 15px;" title="acasamia3" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/acasamia3.jpg" alt="" width="499" height="669" /></p>
<p>Applausi anche  al <strong>Sangioveto 1999</strong> della Badia, che ci perdona (o forse si compiace) del bicchiere di una volta (niente calici modernisti, per carità!). E che tira fuori un naso che più <em>&#8220;Chianti con qualche anno sulle spalle</em>&#8221; non si può, cui si perdona volentieri un fine bocca amaricante e dal tannino arcigno.</p>
<p>Ah, il Chianti! Vien quasi voglia di andar di notte a raccoglier giaggioli a lume di luna.</p>
<p><img class="size-full wp-image-2493" style="margin: 15px;" title="acasamia4" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/acasamia4.jpg" alt="" width="499" height="669" /></p>
<p><em>Foto: Giuseppe Carrus tramite Iphone</em></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Grano Armando &#124; La pasta Baronia 100% italiana</title>
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		<pubDate>Thu, 10 May 2012 11:46:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo de cristofaro</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Campania]]></category>

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Ci sono parecchi motivi per i quali mi sento particolarmente legato alla famiglia De Matteis e al suo pastificio, probabilmente il più conosciuto tra i marchi dell’industria alimentare irpina, insieme a quello dei fratelli Basso.
Da ex play-guardia non posso fare a meno di associarlo agli anni che riportarono la febbre da basket in città, quando [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><img class="size-full wp-image-2472" style="margin: 15px;" title="grano-armando-1" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/grano-armando-1.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p>Ci sono parecchi motivi per i quali mi sento particolarmente legato alla famiglia De Matteis e al suo pastificio, probabilmente il più conosciuto tra i marchi dell’industria alimentare irpina, insieme a quello dei fratelli Basso.</h4>
<p>Da ex play-guardia non posso fare a meno di associarlo agli anni che riportarono la febbre da basket in città, quando la <strong>Felice Scandone Pasta Baronia</strong> fu promossa in A2 dopo una finale-spareggio ad Ancona contro Bergamo vietata ai deboli di cuore.</p>
<p>E poi ci sono i ricordi della Renault 21 grigia con cui facevamo avanti e indietro da <strong>Avellino </strong>a<strong> Montecalvo</strong>, il paese di mio padre dove nove volte su dieci ci aspettavano i cicatielli e il ragù di nonna Pina. Ci passavamo quasi ogni settimana, davanti a quello stabilimento che mi sembrava gigantesco e riusciva ad azzittirmi per qualche minuto.</p>
<p>I ragazzi, si sa, hanno un’attrazione fatale per tutto ciò che è maestoso: forse sentono il bisogno di spazi abbastanza capienti per contenere i loro sogni e le loro fantasie. Quasi dieci anni dopo quegli sguardi <em>on the road</em> mi ritrovavo a <strong>Flumeri </strong>per esplorare da dentro il <strong>molino-pastificio, </strong>rimanendo questa volta ammirato dalle persone che l’avevano pensato. Era il periodo in cui stavo preparando il numero zero di <strong>Lupus in Tabula</strong>, la trasmissione sull’enogastronomia irpina andata in onda per 22 settimane su <strong>Irpinia Tv</strong>, dall’autunno del 2004 alla primavera del 2005.</p>
<p>Nonostante fosse ancora in una fase embrionale, la famiglia De Matteis fu la prima a credere nel progetto, con un entusiasmo, un senso di fiducia e di incoraggiamento che ancora adesso mi stupisce ed emoziona. <strong>Pasta Baronia</strong> fu il <em>main sponsor </em>del format per tutta la durata della messa in onda, un tipo di partnership che raramente ho incontrato in esperienze successive. <span style="text-decoration: underline;">Dal fondatore Armando ai figli Gabriella, Alberto e Marco mai una volta c’è stata un’interferenza sui contenuti proposti</span>, mentre tutta l’attenzione si è sempre concentrata sul bisogno di informare il telespettatore, dotarlo di strumenti conoscitivi sulla filiera e i processi di produzione della pasta, aldilà della promozione sul marchio in senso stretto. La loro disponibilità e vicinanza umana restano una delle cose più belle di quei mesi così duri ed impegnativi.<br />
<span id="more-2473"></span><img class="size-full wp-image-2474" style="margin: 15px;" title="grano-armando-2" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/grano-armando-2.jpg" alt="" width="500" height="333" /></p>
<p>Ecco perché sono stato doppiamente contento quando le nostre strade si sono nuovamente incrociate in occasione dell’ultima edizione di <strong>Taurasi Vendemmia</strong>. Anche in questo caso non tanto e non solo per la fiducia accordata a quella che nei fatti è la prima e unica iniziativa di promozione in Irpinia sviluppata interamente su un modello orizzontale. Quanto perché la collaborazione è nata su un progetto di cui avevamo lungamente discusso con Gabriella, Alberto e Marco fin dai giorni di Lupus in Tabula. Si tratta di <strong>Grano Armando</strong>, il nuovo marchio con cui la De Matteis Agroalimentare propone una pasta prodotta da filiera integrata<strong> 100% italiana</strong>.</p>
<p>Alla base di tutto c’è un contratto di coltivazione siglato con un <strong>gruppo di agricoltori</strong>, principalmente del Mezzogiorno, che prevede un rigido disciplinare di produzione e l’utilizzo di varietà nazionali selezionate da Coseme, società sementiera partner del progetto. Al conferitore viene riconosciuto un prezzo minimo garantito, con dei bonus se il contenuto proteico dei grani supera il 14,5%.</p>
<p>Tutta la lavorazione viene effettuata nello stabilimento di Flumeri, che ospita anche il molino aziendale, e per l’estrusione vengono utilizzate esclusivamente trafile di bronzo. A sottolineare ulteriormente la chiave di sostenibilità che ha ispirato l’idea, c’è la scelta di impiegare per le confezioni <span style="text-decoration: underline;">solo materiali compostabili e carte vergini, con stampe ad inchiostro di origine vegetale. In più attraverso il web i consumatori potranno adottare una o più aree da 25 mq di terreno da convertire alla coltivazione del Grano Armando, selezionando direttamente l’agricoltore a cui dare il loro sostegno</span>.</p>
<p>Tutto bello da sentire, tutto condivisibile e virtuoso, ma anche terribilmente a rischio effetto “<em>molto fumo e poco arrosto</em>”, come certi vini del giro “naturale” che si rivelano tanto attraenti sul piano delle premesse quanto deludenti alla prova del bicchiere. Se non fosse che la pasta si rivela effettivamente all’altezza delle ambizioni “<em><strong>etico-ideologiche</strong></em>” di partenza. Da consumatore ventennale dei prodotti Baronia sono convinto che questa è di gran lunga la migliore linea uscita dal pastificio di Flumeri quanto a <span style="text-decoration: underline;">fibra, tessitura, consistenza, sapore, resa e tenuta in cottura</span>.</p>
<p>In particolare il<strong> formato chitarre</strong> ha raggiunto a mio avviso uno standard di grande livello e costanza, più volte testato grazie al supporto tecnico di Maria Teresa: <strong>zucchine e gamberoni o pomodoro fresco</strong>, la prova del piatto non mente mai.</p>
<p><img class="size-full wp-image-2475" style="margin: 15px;" title="grano-armando-3" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/grano-armando-3.jpg" alt="" width="499" height="749" /></p>
<p>E allora un grande in bocca al lupo alla famiglia De Matteis per un progetto quanto mai coraggioso e meritorio in questi tempi di crisi, con la speranza di vedere realizzato un giorno anche un mio vecchio pallino. Flumeri è nel cuore della <strong>Baronia</strong>, che con la Valle Ufita e il Formicoso rappresenta l’area a maggiore <strong>vocazione granicola</strong> della provincia di Avellino: <em>a quando una linea prodotta esclusivamente con materie prime conferite da agricoltori irpini?</em></p>
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		<title>Guinness &#124; Black is beautiful</title>
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		<pubDate>Mon, 07 May 2012 18:22:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Karen Phillips</dc:creator>
		
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Nel 1969 James Brown ha presentato un brano che sarebbe diventato un grande classico: Say it loud, I’m black and I’m proud. Mentre ondeggiava i suoi fianchi sul popolare programma di danza Soul Train, ha cantato quanto fosse orgoglioso di essere nero. Un black American.
E per noi afro-americani questa canzone è subito diventata l&#8217;inno degli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><img class="size-full wp-image-2467" style="margin: 15px;" title="black-is-beautiful" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/black-is-beautiful.jpg" alt="" width="500" height="375" /></h4>
<h4>Nel 1969 James Brown ha presentato un brano che sarebbe diventato un grande classico: <em>Say it loud, I’m black and I’m proud</em>. Mentre ondeggiava i suoi fianchi sul popolare programma di danza Soul Train, ha cantato quanto fosse orgoglioso di essere nero. Un black American.</h4>
<p>E per noi afro-americani questa canzone è subito diventata l&#8217;inno degli anni Settanta. La colonna sonora dei miei balli in salotto.</p>
<p>Un brano che non ha assolutamente nulla a che fare con la mia ultima avventura. Ma che continuava a ronzarmi in testa, durante la mia visita alla <strong>Guinness Storehouse </strong>di Dublino.<br />
<span id="more-2468"></span><img class="size-full wp-image-2470" style="margin: 15px;" title="black-is-beautiful-2" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/black-is-beautiful-2.jpg" alt="" width="500" height="666" /></p>
<p>Superato il negozio del piano terra, quello del <em>merchandise</em> Guinness con le <em>t-shirt</em>, i portachiavi e le tazze da caffè, ripassati rapidamente gli ingredienti della birra: <strong>orzo, luppolo, lievito</strong> e<strong> acqua</strong>; passato il “<em>Trace your Guinness Roots</em>” del terzo piano dove ognuno può verificare se qualche parente abbia per caso lavorato nella fabbrica della Guinness (ma io questo lo sapevo già), raggiungo finalmente il Quarto piano e prendo il mio posto presso <strong>The Guinness Academy</strong>.  Ed è proprio lì che, con alcuni signori provenienti da Scozia, Olanda, Stati Uniti e ovviamente Irlanda, grazie alla nostra giovane <em>teacher</em> Anthony, ho imparato a spillare “<strong><em>the perfect pint</em></strong>”.</p>
<p>Allora, dovete sapere che ci vogliono <strong>119,5 secondi</strong> per versare e servire una Guinness Stout con la sua inconfondibile veste scura e la schiuma cremosa. <span style="text-decoration: underline;">Prima di tutto serve un bicchiere fresco stile Guinness. Non va maneggiato troppo perché c’è il rischio che si riscaldi, quindi si inizia a spillare la birra alla temperatura di 6°C. Bastano tre gradi in più o in meno per rovinare tutto. Il bicchiere va tenuto saldamente ad un’angolazione di 45° sotto il rubinetto, dunque si tira la maniglia, lentamente, verso di sè, e si raddrizza pian piano il calice. Riempito per ¾, più o meno all’altezza dell’arpa, ci si ferma un istante, permettendo alla testa cremosa di formarsi per bene (circa 10-15 millimetri). È quasi perfetta a questo punto. Basta rimettere il bicchiere sotto il rubinetto e azionare di nuovo la maniglia, in modo da riempirlo del tutto e creare quel bellissimo ‘cappello’</span>.</p>
<p><img class="size-full wp-image-2469" style="margin: 15px;" title="black-is-beautiful-3" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/black-is-beautiful-3.jpg" alt="" width="500" height="375" /></p>
<p>A questo punto la pinta è perfetta. Così perfetta da farnmi guadagnare <strong>l’attestato</strong>, consegnato direttamente dalle mani della sorridente Anthony. Ah, che piacere guardare la mia Guinness. Quasi non avrei voluto berla, quasi non avrei voluto rovinare la mia opera e soprattutto quel “cuscino” cremoso in cima al bicchiere.</p>
<p>Ma ho pensato alla storia che avevo letto alla Storehouse, quella che evoca <span style="text-decoration: underline;">l’amaro del luppolo e la dolcezza del malto d&#8217;orzo tostato</span>&#8230; Un sorso, due, metà pinta…</p>
<p>Non so se il signor <strong>James Brown</strong> abbia mai visitato Dublino. E chissà se ha mai bevuto una pinta di <strong>Guinness</strong>. Ma sono sicura che sarebbe stato d&#8217;accordo con la scritta che ho visto al secondo piano dello Stockhouse, nel cuore della città: <em>Black is Beautiful</em>&#8230;</p>
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		<title>I consigli di 4-4-2 Mascherato &#124; Luna Sentada a Venezia</title>
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		<pubDate>Sat, 05 May 2012 07:57:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>4-4-2 mascherato</dc:creator>
		
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Come  nostro solito, ci si incunea  nelle stradine poco affollate  e suggestive. Stavolta è toccato all’incantevole  Venezia,  supportatati per giunta da una splendida e calda giornata di sole.
La voglia di attraversare i ponticelli che collegano stradine strette come i nostri ‘vichi’  e’ più forte della fame ma il destino, ormai a noi legato,  ci accompagna  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2481" style="margin: 15px;" title="luna-sentada" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/luna-sentada.jpg" alt="" width="500" height="211" /></p>
<h4>Come  nostro solito, ci si incunea  nelle stradine poco affollate  e suggestive. Stavolta è toccato all’incantevole  Venezia,  supportatati per giunta da una splendida e calda giornata di sole.</h4>
<p>La voglia di attraversare i ponticelli che collegano stradine strette come i nostri ‘vichi’  e’ più forte della fame ma il destino, ormai a noi legato,  ci accompagna  in un angolo che, inizialmente,  attraversiamo senza nessuno stupore. Poi, però, le voci e i rumori di una <strong>cucina</strong> ci fanno scorgere alcune finestre con delle carte legate all’inferriata.<br />
Una sensazione particolare: <span style="text-decoration: underline;">la mancanza di insegna, segno di verità  e semplicità, ci spinge a bussare la porta</span>. Chiediamo l’orario di chiusura sapendo già che e’ tardi ma il buon <strong>Ermanno</strong> ci invita comunque ad entrare. Eccoci dentro, circa 14 posti a sedere ed alcuni sgabelli al bancone.  Ermanno,  <em>patron </em>ed ideatore di <strong>Luna Sentada<a href="http://www.lunasentada.it/home.html" target="_blank">*</a></strong> ci accoglie  ci fa sentire a casa. Andateci perche ne vale la pena.<br />
<span id="more-2480"></span><br />
<img class="size-full wp-image-2482" style="margin: 15px;" title="fegato-alla-veneziana" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/fegato-alla-veneziana.jpg" alt="" width="500" height="373" /></p>
<p><span style="text-decoration: underline;">il cibo e’ un viaggio che spazia da  Venezia  all’oriente</span>. Ci sono i ‘<em><strong>cicchetti</strong></em>’, ovviamente,  poi due menù degustazione, per chi ha voglia di provarne diversi, le paste, ma soprattutto il <strong>fegato alla veneziana </strong>(nella foto) e un sacco di altre piccole cose sfiziose. Di mercoledì Ermanno lascia il giusto riposo ai suoi collaboratori. Lui invece in quel giorno trasforma <strong>Luna Sentada </strong>in un localino con musica dal vivo e buoni cocktail. E bravo Ermanno!</p>
<p><em><br />
</em></p>
<p><em>Foto: atrapalo.it</em></p>
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		<title>Buon compleanno Marianna</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 20:09:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo de cristofaro</dc:creator>
		
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Mi ripeto: il vino sa essere magia liquida non solo e non tanto per quello che si materializza dentro un bicchiere, ma per tutto quello che c’è attorno.
Che non si vede, ma si sente eccome: le storie, i luoghi, ma soprattutto le persone speciali che non avresti mai incontrato o ritrovato senza condividere la stessa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4><img class="size-full wp-image-2477" style="margin: 15px;" title="marianna-2" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/marianna-2.jpg" alt="" width="500" height="669" /></h4>
<h4>Mi ripeto: il vino sa essere magia liquida non solo e non tanto per quello che si materializza dentro un bicchiere, ma per tutto quello che c’è attorno.</h4>
<p>Che non si vede, ma si sente eccome: le storie, i luoghi, ma soprattutto le persone speciali che non avresti mai incontrato o ritrovato senza condividere la stessa passione.</p>
<p><strong>Marianna</strong> è una di loro, una di noi: <span style="text-decoration: underline;">non una mera bevitrice o collezionista di etichette, ma un’entusiasta assetata di conoscenza, una spalla su cui puoi sempre contare, decisiva tanto per la disponibilità e il supporto pratico quanto per la positività con cui li mette a disposizione</span>. Ci sono anche professionalità come la sua dietro le quinte di manifestazioni come <strong>Taurasi Vendemmia<a href="http://taurasivendemmia.miriadeweb.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=8&amp;Itemid=115" target="_blank">*</a></strong>: fortunati i ragazzi di <strong>Enosense</strong> che l’hanno scelta come amministratrice.</p>
<p>Al “grazie di esistere” si somma quello per aver voluto festeggiare con noi il suo compleanno, e non uno qualunque. Per quanto giovane, non si dice l’età di una signora; però possiamo almeno far schiattare di invidia quelli che non c’erano facendo il punto di quello che si è bevuto. Ah, quanto mi piacciono questi anniversari…</p>
<p><span id="more-2478"></span><img class="size-full wp-image-2479" style="margin: 15px;" title="img_5867" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/05/img_5867.jpg" alt="" width="500" height="333" /><br />
<strong><br />
Puligny-Montrachet 1er cru Les Combettes &#8216;04 - Maroslavac-Leger:</strong> mi infilai due bocce in cantina per capirci qualcosa di più dei punteggioni assegnati dalla <strong>Rvf</strong>. La prima, stappata quasi subito, non mi convinse tanto (per usare un eufemismo), questa sicuramente meglio. Soprattutto nei primi dieci minuti appare uno chardonnay “serio”, poi il burro e l&#8217;arachide vengono fuori, soprattutto in bocca, evidenziando una mano non certo &#8220;leggera&#8221; sul rovere. Per dirla alla <strong>Boco-maniera</strong>: <em>&#8220;tutto bene ma così ce l’emo</em>&#8220;.<br />
<strong><br />
Verdicchio dei Castelli di Jesi Cl. Villa Bucci Ris. &#8216;01 - Bucci:</strong> fa praticamente il percorso inverso, quasi muto all&#8217;inizio e tutto giocato sui dettagli più che sul primo piano. Ma anche all&#8217;inizio è riconoscibile in tutta la sua delicatezza floreal-linfatica: l&#8217;ossigeno gli fa bene, si amplia con l&#8217;anice e la seconda parte di bocca è acqua di mare. Un che di algido se lo porta sempre dietro ma è tanto giovane e agli amanti dei film di essai piacerà sempre.</p>
<p><strong>Echezeaux &#8216;06 - Gerbet:</strong> se l&#8217;avevamo preso quando siamo stati a trovare le sorelle bandiera di Vosne-Romanée vuol dire che c&#8217;era piaciuto, ma non me lo ricordavo così autorevole e affascinante. Leggerissima riduzione verde e poi progressione sulla grafite, terra, mentuccia, ciliegia di maggio. Non ha il passo e la presenza dei grandissimi in bocca, qualcuno lo definirebbe magretto, ma compensa con una schietta ordinata classicità e tanto buon sapore integrato.</p>
<p><strong>Cepparello &#8216;04 – Isole e Olena: </strong>irriconoscibile, tratti quasi da surmaturazione-appassimento. Bottiglia storta sicuramente.<br />
<strong><br />
Pergole Torte &#8216;04 – Montevertine (L1907):</strong> anche questo piuttosto diverso dai ricordi precedenti, ma alla fine bottiglie enigmatica più che sottoperformante. Parte molto chiuso, su toni ematici e viscerali, va sulla terra e un frutto abbastanza &#8220;scuro&#8221; che non si schiarisce mai del tutto. Più pergoliana la bocca, dove l&#8217;acidità spinge e si fortifica con tocchi quasi salmastri. Manca di piacevolezza e armonia, ma ha anima e soprattutto un tannino di bellissima maturità.</p>
<p><strong>Fontalloro &#8216;04 – Fattoria di Felsina:</strong> in questo momento più &#8220;compiuto&#8221; del Pergole ma anch&#8217;esso giovane giovane: più ciliegia, più tabacco e soprattutto prepotente speziatura in primo piano, grande classe acida (altro che zona calda, ti viene da pensare), fresco e vibrante, più placido nel finale senza cedere di un millimetro nel bicchiere.<br />
<strong><br />
Barolo Rocche &#8216;04 - Brovia:</strong> ci siamo spesso divisi su questo vino con altri amici, per i quali è fondamentalmente una &#8220;<em>sciacquatura di botte</em>&#8220;, che colpisce perché più fragile ed evoluto in partenza, rispetto ad altri più indietro. Questa bocca fortifica invece le mie convinzioni: vino sottile, sicuramente, ma con fibra, energia, sapore. Tutto scheletro, quasi scarnificato ma non per questo mancante di solidità nella progressione. Il naso poi è semplicemente emozionante: piccolo frutto quasi borgognone, radici, china e mandarino davvero da Rocche. Contento di averne ancora, lo si può tranquillamente aspettare: sicuramente il vino che più si avvicina ai caratteri di un Monprivato.<br />
<strong><br />
Gattinara Osso San Grato &#8216;99 (L0853) - Antoniolo:</strong> probabilmente il vino della serata e comunque una delle più belle bottiglie di Osso &#8216;99 beccate, se non la più bella. In questo caso do ragione a chi dice che si mimetizzi meglio tra i grandi di Langa piuttosto che nei paradigmi altopiemontesi. Balsamico a bestia, sfumature di lenticchia e finocchietto, bergamotto, fave di cacao, ortica, tanto ginseng. Giovanissimo ma non ibernato, la seconda parte di bocca è stupenda, finale nudo-adamitico, dissetante come un energade all&#8217;arancia. Siamo dalle parti dei <strong>95 centesimi</strong>, che ci credano o meno i sostenitori dell&#8217;oggettivismo assoluto.</p>
<p><strong>Faro Palari &#8216;98 - Palari:</strong> si riconferma una gran boccia, seppur leggermente più &#8220;scura&#8221; dell&#8217;ultima aperta un paio d&#8217;anni fa. Cenere a gogo, ginepro, piccoli frutti rigogliosi e un passo felpato continuamente illuminato dalle erbe, dal sale, da una dolcezza di paesaggio più che di latitudine. La chiusura cioccolatosa non disturba, anzi. Mi sembra comunque arrivato il momento di berlo.</p>
<p><strong>Barolo Cascina Francia &#8216;96 - Conterno:</strong> mi tocca continuamente litigare e fare pace con i &#8216;96 di Conterno. Come con Monfortino pari annata, i primi tentativi erano stati a dir poco deludenti, lo ricordavo brodoso e poco definito, con tannini non certo raffinati. Questa è un&#8217;altra storia, di quelle che ti fanno improvvisamente innamorare della donna che odiavi fino a un secondo prima. Plastilina, das, ferro da stiro, riconoscibilissimo nel manico e nel cru non tanto per la solita anguria (che qui è una delle componenti, non l&#8217;unica) quanto per l&#8217;anima iodata. Arriva anche il porcino a un certo punto, ma quel che conta è questa bocca tesissima, in divenire, ma già foriera di grande dolcezza di frutto ed estensione. Il tannino non accorcia nulla ma aggiunge altro sapore e spessore, il finale è tutto fiori (fresia netta) e agrumi. C&#8217;è solo un piccolo rallentamento in chiusura ma meno male: altrimenti sarebbe Monfortino.<br />
<strong><br />
Champagne Prestige Brut - Jean Vesselle:</strong> si conferma Champagne molto molto serio, contentissimo di aver brindato con questo alla mezzanotte.</p>
<p>Auguri Marianna!</p>
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		<item>
		<title>Ischia Forastera Euposia 2007 - Casa D&#8217;Ambra</title>
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		<pubDate>Wed, 02 May 2012 06:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>paolo de cristofaro</dc:creator>
		
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E’ per bottiglie come queste che sono sempre più felice di poter contare su una cantina che molti definirebbero “sui generis”. Dove c’è posto per i Latour e i Conterno, per un bel po’ di “vini del cuore”, ma anche per tutta una serie di etichette che restano lì come sospese, il più delle volte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="size-full wp-image-2462" style="margin: 15px;" title="img_5851" src="http://www.tipicamente.it/wp-content/uploads/2012/04/img_5851.jpg" alt="" width="499" height="749" /></p>
<h4>E’ per bottiglie come queste che sono sempre più felice di poter contare su una cantina che molti definirebbero “sui generis”. Dove c’è posto per i Latour e i Conterno, per un bel po’ di “vini del cuore”, ma anche per tutta una serie di etichette che restano lì come sospese, il più delle volte senza sapere quando “razionalmente” arriverà il loro momento.</h4>
<p>L’unico problema, passatemi la parola, è che in certi periodi <span style="text-decoration: underline;">si restringe parecchio la cerchia delle bocce in rampa di lancio</span>: quella è troppo giovane, quella serve per la verticale, quelle le voglio far sentire ad Antonio e Giuseppe, quelle sono per Alessio, queste altre per quando finalmente passano di qua Nicola e Francesco, quelle per la combriccola, e così via.</p>
<p>Ecco perché, come possono testimoniare i poveri accompagnatori, a volte <span style="text-decoration: underline;">posso impiegare anche due ore per scegliere una singola bottiglia</span>. Per fortuna spesso mi viene in soccorso lo <strong>spazio “didattico”</strong>, dedicato a quei vini che più di altri sento il bisogno di seguire con calma, come si fa con un libro di testo. <span style="text-decoration: underline;">Etichette che magari mi hanno lasciato tiepido in prima battuta</span>, ma che in altre versioni avevo maggiormente apprezzato o che hanno incontrato il gradimento di palati che stimo. O, al contrario, <span style="text-decoration: underline;">vini che mi hanno molto colpito in positivo all’uscita</span> e che ritengo importante verificare a distanza di tempo, per capire se si era trattato di un abbaglio o un fuoco di paglia. A volte queste occasioni mettono a dura prova l’autostima, rivelando in tutta la loro evidenza le solenni cantonate prese a loro tempo, in altre spunta fuori un sorriso compiaciuto o perlomeno un sospiro di sollievo.<br />
<span id="more-2461"></span></p>
<p>Questo è uno dei casi in cui mi sento un po’ meno asino del solito. Perché l’<strong>Ischia Forastera Euposia 2007</strong> di <strong>Casa D’Ambra</strong> si fa trovare abile e arruolato a cinque anni dalla vendemmia, offrendo molti più spunti di quanto mi sarei aspettato. Ero veramente curioso di capire quale poteva essere l’evoluzione di un vino-vitigno che conosco poco o niente, <span style="text-decoration: underline;">ma che stiamo incontrando spesso negli ultimi anni tra gli assaggi più convincenti dei bianchi ischitani</span>.</p>
<p>L’ho ritrovato ovviamente diverso da come lo ricordavo, ma <span style="text-decoration: underline;">il tempo sembra aver lavorato sui tratti somatici più che sul suo carattere</span>. Non è per niente un vino facile da inquadrare, fin dal colore che somma il dorato della maturazione col verde oliva della tonicità. Soprattutto non è facile orientarsi in un naso che ha rinunciato ormai ad ogni illusione primaria o secondaria per presentarsi all’appuntamento nel suo vestito più comodo, come un attore senza trucco e maschera.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">Niente prologhi fruttati ma solo una storia terziaria raccontata dalle erbe amare, la bottarga, l’infuso di finocchietto, il pistacchio, gli arbusti marini</span>. Abuso più del solito dei riconoscimenti per chiarire in quale ambito espressivo ci muoviamo, <strong>indiscutibilmente mediterraneo</strong> ma senza stereotipi aromatico-finto-vermentinosi.</p>
<p>La medesima trama snocciolata da un <strong>profilo dichiaratamente orizzontale</strong>, tutto affidato ad un’impalcatura salina che rende difficile misurare struttura e tempra acida. L’impressione a centro bocca è quella di un <span style="text-decoration: underline;">sorso condito con sale grosso, che molla la presa solo nel finale secco e marziale, con ritorni amarognoli ed erbacei quasi da vermouth</span>. Un vino sicuramente all’apice, indubbiamente più “avanti” rispetto a pari annata di altre zone e tipologie della regione, ma non certo appannato dall’attesa in bottiglia.</p>
<p>Soprattutto molto diverso dai principali monovarietali campani: <span style="text-decoration: underline;">non potrebbe mai essere un greco né una falanghina né una coda di volpe</span>, con la biancolella si tocca per qualche assonanza di terroir e ricorderebbe al limite certi fiano di area calda, ma con qualche anno in più. Ci ho pensato e ripensato e in realtà assomiglia solo a sé stesso; ma se proprio devo ricorrere ad un esempio che possa rendere l’idea, mi rifugerei sicuramente in una polposa <strong>Vernaccia di San Gimignano</strong>. Così, per giocare e provare a capirsi.</p>
<p>Seppur per gioco, quello che non saprei fare è provare a dare un punteggio, esercizio che tra parentesi mi interessa sempre meno se non finalizzato ad una sintesi all’interno di un sistema editoriale ampio e complesso come una guida. Di sicuro, però, non rileggo come una forzatura o un’allucinazione la scelta di portarlo in finale a suo tempo.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">In compenso so molto bene a chi mi piacerebbe farlo assaggiare e a chi no</span>. Non ci proverei nemmeno a sottoporlo ai fan dell’<em>oggettivismo assoluto</em>, <span style="text-decoration: underline;">quelli che il vino è gerarchia e classifiche </span>in qualche modo fissate a priori, spesso dipendenti da quanti zeri ci sono sul cartellino del prezzo. Non sprecherei la bottiglia <span style="text-decoration: underline;">con chi mai avrà un dubbio sul fatto che il grande bianco è Borgogna o Mosella</span>, e comunque mai Italia. Né ne condividerei un goccio <span style="text-decoration: underline;">con chi non ammette altra via se non quella acida-verticale</span> al bianco degno di essere stappato a qualche anno dalla vendemmia. Ma non lo sacrificherei nemmeno <span style="text-decoration: underline;">con quelli che un vitigno o un territorio “minore” è sottovalutato solo se credono di parlarne loro per primi</span>, magari per auto confermarsi avanguardia rispetto allo pseudo-establishment ottuso e incompetente.</p>
<p>Lo metterei a tavola ben volentieri, invece, <span style="text-decoration: underline;">con chi non smette di sorprendersi davanti ad una bottiglia non celebrata</span>, non per il mero gusto dell’outsider o dello “strano” ma per una reale, autentica, non esibita sensibilità. <span style="text-decoration: underline;">Con chi non berrebbe Montrachet di Ramonet tutti i giorni</span> nemmeno se ne avesse possibilità economiche e scorte. <span style="text-decoration: underline;">Con chi pensa che le mappe del bere interessante sono da aggiornare quotidianamente</span>, non perché una vigna, un vitigno o un manico valgono gli altri, ma perché la scintilla non è sempre questione di blasone. <span style="text-decoration: underline;">Con chi sa ancora emozionarsi fuori dalla Borgogna, da Bordeaux o da Barolo</span> non perché non hanno mai bevuto i mostri sacri, come fingono di pensare gli oggettivisti, ma perché vivono il vino esattamente come fanno con tutto il resto, con tutto ciò che a che fare con la bellezza e gli stati d’animo. <span style="text-decoration: underline;">Perché c’è un giorno in cui si ha voglia di uno Chambertin e un altro di piedirosso, proprio come c’è il momento in cui hai bisogno di Ravel e quello che chiama i Led Zeppelin, quello per la camicia più raffinata e quello per la tuta</span>.</p>
<p>Non ho capito molto di più sull’identità e le ambizioni della forastera, ma di sicuro ho capito qualcosa in più su me stesso. Non credo che Andrea D’Ambra avesse in mente questo fra le sue prime centotrenta priorità, ma lo ringrazio comunque… <img src='http://www.tipicamente.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':-)' class='wp-smiley' /></p>
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		<title>C&#8217;è anche questo in giro &#124; Yoga per Wine Lovers</title>
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		<pubDate>Sun, 29 Apr 2012 08:31:52 +0000</pubDate>
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ps non poteva esserci post migliore per celebrare la cinquecentesima fesseria &#8220;pubblicata&#8221; su tipicamente in poco più di tre anni. Non riusciremo mai a spiegarci, patologie a parte, perché qualche migliaio di rappresentanti della varia umanità passi quotidianamente di qui. Ma di sicuro sappiamo che non vi ringrazieremo mai abbastanza.
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<p><em>ps non poteva esserci post migliore per celebrare la cinquecentesima fesseria &#8220;pubblicata&#8221; su tipicamente in poco più di tre anni. Non riusciremo mai a spiegarci, patologie a parte, perché qualche migliaio di rappresentanti della varia umanità passi quotidianamente di qui. Ma di sicuro sappiamo che non vi ringrazieremo mai abbastanza.</em></p>
<p>Antonio, Paolo, Fabio, Giuseppe, Lello, Karen, Chiara, Daniele, Walter, Giovanni, Gabrizia, Alessandra, Paola, Franco, Pierpaolo, Giorgio, Diego, Emiliano, Luciano, Vittorio, Matteo, Ira della Giovampaola, Giulio, Pico, 4-4-2 mascherato, Pinchiorri, Gianni, Honduni e Mister Maccabbeo</p>
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