Che vino fa?

Appena qualche mese dopo il mio arrivo al Gambero Rosso, giusto il tempo di respiare l’ambiente e avventurarmi in qualche sbicchierata, ricordo di aver pensato che quello del degustatore, in fondo, era un compito piuttosto semplice e che non avrei avuto problemi.
Era il 2002, la critica enologica del paese viveva gli ultimi scampoli della sua spensierata giovinezza, Fabio Rizzari ed Ernesto Gentili facevano parte della squadra di Cernilli, di cui Bonilli era il direttore. Se non fosse che il presidente del consiglio era Berlusconi, sembrerebbe la descrizione di un altro mondo…
Riguardo i vini, c’erano più muscoli in un rosso di allora che sulla copertina di Men’s Health, la maturità del frutto suscitava qualche invidia nei tecnici delle confetture Santa Rosa, e il viavai di barrique nelle cantine era di poco inferiore a quello delle escort a Villa Certosa.
Concentrazione, dolcezze assortite, sentori speziati di legno nuovo. Un paradigma fisico – aromatico facile facile. Anche piuttosto noioso, a dire la verità, e infatti in pochi anni è cambiato tutto (a parte Berlusconi, ovvio). Si è cominciato a parlare di bevibilità, finezza, eleganza, legame col territorio, originalità, capacità di invecchiare. E anche di artigianalità, naturalità e così via.
Insomma, il gioco si è ingarbugliato parecchio e non sono più tanto sicuro che sia così facile dire qualcosa di sensato su un vino. Figuriamoci esprimere un punteggio, un giudizio definitivo.
Sono assolutamente convinto della bontà ineluttabile di questo cambiamento di prospettiva, per certi versi epocale, che sta ridisegnando, nei suoi tratti più autentici, lo stesso approccio alla materia. Cercando di trovare una cifra durevole, non dico definitiva ma quantomeno capace di andare oltre la moda di un giorno.

Sembrava bello. Ma l’equilibrio cercato nei vini non è evidentemente facile da trovare tra gli uomini, menchemeno tra quelli italici (se si esclude Berlusconi). Sono così arrivati gli ultra. Il passato? Tutto sbagliato, da rinnegare e buttare nel cesso. Come se il nuovo schema non sia figlio di quello vecchio e la strada di oggi costruita sui sentieri di ieri.
Poi ci sono quelli che “o è così o non è vino”, declinati sotto varie categorie: botte grande, lieviti indigeni, biologico, biodinamico, vigne di ottocento anni, afidi della fillossera come staff enologico, fermetazioni di sette anni in Tibet sotto la conduzione agronomica del Dalai Lama, eccetera eccetera… Derive difficili da controllare, capaci di spiazzare tutto e tutti, togliendo appigli, griglie interpretative e terreni comuni di ragionamento, analisi, dialogo.
Il risultato di un percorso sacrosanto del vino italiano, alla ricerca di una piena maturità, si è tramutato (per ora) in un gran guazzabuglio dove un vino può essere difettato per alcuni ed eccezionale per altri. Con tutti gli annessi e connessi del caso: produttori spiazzati e sempre più scettici sulle pubblicazioni di settore, così come gli appassionati, tensioni sempre più forti tra i degustatori, quasi incapaci di dialogare e schierati sulle rispettive barricate (o barricaie, a seconda dei casi), e gioco facile degli sciacalli che godono e trovano uno spazio insperato nella confusione generale.
Speriamo sia solo un momento di transizione e che la critica di settore trovi quantomeno una piattaforma comune di ragionamento, qualche punto di contatto su cui non si possa derogare.
Sbrighiamoci però, non vorrei che succedesse senza Berlusconi…
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Tags: barrique, Berlusconi, Cernilli, degustatori, Ernesto Gentili, Fabio Rizzari, Gambero Rosso, Guide vini, Stefano Bonilli, stile
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Commenti
Antonio, concordo sulla ricostruzione storica degli ultimi 10 anni, anzi, forse meno, della critica enologica e dei gusti in voga prima ed ora. Io vorrei invece inserire un altro pezzo, che forse ci porta troppo fuori tema. Ma, chi rincorre chi? Mi spiego (forse). E’ la critica a rincorrere i produttori e i produttori i consumatori oppure sono i produttori che rincorrono la critica la quale ha capito il gusto dei consumatori? Forse in alcuni anni (fine 70 e inizio 80) si è verificato il primo cerchio successivamente il secondo. Il mistero si infittisce…
“biologico si, ma ancor meglio se biodinamico” oppure “buonissimo, e poi è di un piccolissimo produttore” o anche “sentori di ossidazione? è tipicità, of course!”. Caro Antonio, a parte farti felice con un complimento per l’interesse che il post a suscitato in me (sei felice?), devo subito controbilanciare col dirti che, specie se dalla critica di settore si sentono sempre di più posizione come quelle su citate, avremo grosse difficoltà a fare i degustatori. Sicuramente, come dice anche Gianpaolo, dalla confusione può nascere qualcosa di positivo, ma penso che le uniche cose che riterrò sempre sbagliate siano le prese di posizione frutto di ragionamenti estremi, mai saputi spiegare e, molto spesso, frutto di mode, che tanto fanno rumore nei primi tempi, tanto si sgonfiano in tempi brevi. In un recente incontro, piacevolissimo, con Fabio Rizzari, lui mi parlava di due grandi degustatori. Ma erano l’uno il contrario dell’altro. Trovare un’intelligente via di mezzo non significa fare i democristiani e andare avanti a compromessi, ma solamente ragionare di più sui vini, parlare di più, confrontarsi di più e senza pregiudizi. Come dici tu il gioco è ingarbugliato, ma ragionare su certi temi (che poi fanno anche capire cosa è veramente il Vino con la V maiuscola) significa avere già fatto un grosso passo in avanti che può essere solo che costruttivo. Chi saprà ragionare e confrontarsi farà automaticamente parte della piattaforma comune che tu auspichi, gli altri verranno scaraventati via da soli, e usciranno a testa bassa dal mondo del Vino che tanto ci appassiona.
A dirla tutta la questione sollevata da Antonio, ancorché decisiva (almeno per chi fa il mestiere di degustatore), è abbastanza marginale per i consumatori nella loro maggioranza (fatta eccezione per gli appassionati più radicali), che poi sarebbero i soggetti principali a cui si rivolgono le nostre guide e i nostri giudizi. E questo ondivago “movimento” della critica dai vini grassi ai vini magri, per capirci, in uno spazio poco più che decennale, non aiuta certo a stabilire un rapporto più chiaro proprio con quei soggetti. Ma detto questo, cerco di dare un piccolo e modesto contributo alla discussione. Il mestiere del degustatore sta precisamente nel pieno del regno della soggettività (ricordate: de gustibus non disputandum est, etc.) e cioè nel regno del pieno relativismo, un portato dei tempi più che dei diversi approcci all’assaggio, insomma una cifra sociologica più che professionale. Siamo tutti un po’ “agiti” da questa vera e propria ideologia e il risultato è che ogni tentativo di fornire punti di riferimento certi e duraturi anche in fatto di giudizi sui vini è diventato pressoché improponibile. Ma siamo proprio sicuri che sia la strada giusta? O forse non dovremmo cambiare registro e introdurre un po’ di sana oggettività nei nostri giudizi enoici? La butto giù con una provocazione ed un esempio: c’è qualche critico serio che potrebbe dire che il Giudizio Universale di Michelangelo fa cagare? C’è qualche critico serio, questa volta di vino, che potrebbe sostenere razionalmente che Sassicaia 1988 è un vino del cacchio? Io penso di no e penso che questa sicurezza derivi da elementi oggettivi che fanno di un’opera d’arte come il Giudizio Universale , appunto un opera d’arte, e del Sassiciaia ‘88 un grande vino. Sta a noi, che facciamo il mestiere di degustatori, affinare i nostri criteri di giudizio e lavorare su quelli che obbiettivamente non possono essere tralasciati nel giudicare un vino. Io penso che fra questi criteri ce ne siano alcuni decisamente oggettivi (sanciti in alcuni casi dalla stessa scienza). Per cominciare, si potrebbe indagare “ex contrario”, partendo dai difetti del vino, per esempio. Ci sono un buon numero di pubblicazioni che ci raccontano i dettagli di questi elementi che non devono essere presenti in un grande vino. Scusate la lungaggine dell’intervento.
Per me, un vino deve essere, il più possibile piacevole e genuino e soprattutto costare il giusto; punto.
@ Franco: lungaggine? mi sa che tu non hai ancora idea di quella che può essere una vera lungaggine… ![]()
Concordo con buona parte dell’intervento, sull’ultima non è che sono in disaccordo ma penso che la risottolineatura dei parametri “oggettivi” di giudizio difficilmente potrebbe passare oggi senza le mille obiezioni ed eccezioni che noi stessi ci troviamo a sperimentare. Credo debba essere un progetto silenzioso e coerente nel tempo, nel quale bisogna recuperare il valore aggiunto del lavoro di gruppo, lì dove è davvero un gruppo e non la mera somma di individualità, la vera protagonista di questa fase critica. Un meccanismo di cooptazione, insomma, più che di adesione a monte.
Questo discorso di Franco, soggettività e oggettività della degustazione, mi ricorda una mattina primaverile davanti ad un alimentari di Castelnuovo Berardenga nella pausa tra la visita a Felsina e quella a Castell’in Villa…
Caro Lello, ti ricordi bene. Per chi mi conosce questo argomento soggettività/oggettività è un po’ una mia fissazione, che va, peraltro, al di là del bicchiere e della bottiglia. Ma credo che con i dovuti e numerosi aggiustamenti (Paolo ne propone uno che condivido in pieno e che potremmo rubricare come gruppo vs individuo) sia un tema su cui riflettere, appunto, tutti insieme. Aggiungo sommessamente un’altra provocazione: all’incirca venticinque anni fa, il mondo del vino italiano salutava (peraltro dopo un fatto tragico ed epocale come quello del vino al metanolo) con grande e giustificato entusiasmo l’affrancamento dell’enologia nostrana dal cosidetto “vino del contadino”, o meglio da quel tipo di produzione che poco aveva a che fare con la qualità. Mi sembra che oggi quel tipo di approccio produttivo, cacciato dalla porta, rientri dalla finestra. I motivi sono molti, ma pressoché tutti riconducibili alle logiche (stringenti e spesso discutibili) del mercato. Personalmente, però, trovo davvero inaccettabile che ossidazioni, volatili ormai “decollate”, inquinamenti da brettanomyces etc. siano da più parti considerate “tocchi d’artista” e non, eufemisticamente parlando, vere e proprie mainifestazioni di chiara omologazione (perché se siamo tutti d’accordo nel pensare che Cristo non è morto dal sonno, dovremmo essere tutti d’accordo che un vino ossidato è tale in borgogna, in cile e in italia). Se questa è l’indicazione che diamo ai nostri lettori, non mi pare che facciamo bene il nostro lavoro di degustatori. Se, invece, questa indicazione è rivolta alla platea autoreferenziale del ristretto mondo del vino, beh qui si aprono tutta una setrie di altre considerazioni che, francamente, mi interessano molto poco. Per completezza, aggiungo che i vini super tecnologici, ottenuti da rese ridicole, magari un po’ sovramaturi, sicuramente sovraestratti e affinati in un mare di legno, rappresentano semplicemente l’altra faccia della stessa medaglia, il contraltare apparentemente opposto e distante dei vini ossidati e ottenuti da pratiche enologiche scorrette. Chi per un verso chi per un altro, insomma, vuole stupire per emergere in un genere merceologico, il vino, a bassissimo tasso di diversificazione sul mercato.
Sinceramente non credo che questo post sia attuale attuale…Mi spiego meglio: chi di voi (con Nomi e Cognomi, altrimenti nun c’è sfizio) ha incontrato un degustatore di quelli di “prima fascia” (scusate il termine orrendo) che non concordi con ciò che ha scritto Antonio?
Il problema, secondo me, è più la scolatura tra questi ed il resto del mondo, compresi operatori (enotecari, ristoratori, sommeliers ecc. ecc.) e i consumatori…o sbaglio?
Bell’argomento, quello suscitato da Antonio. Mi riallaccio all’ultimo intervento, quello di Mauro, nel quale si tira in ballo, finalmente il consumatore ultimo. Sarà perchè sono stato oggetto di una critica feroce da parte di un collega,che mi ha praticamente tolto il saluto, offeso, ecc. ecc. perchè ho osato criticare un vino da lui giudicato, ma in questa polemica mi è proprio venuto in mente il consumatore che beve un vino con volatile alta e, istintivamente, ritiene che non sia buono. La perfezione del difetto è diventata l’esatto opposto, come diceva Franco, dell’esaltazione nel passato , del vino “ciccione”. Credo che il degustatore non possa fare a meno di seguire l’evoluzione di un prodotto come il vino, ma arrivare a rivoluzionare il concetto di qualità promuovendo a pregi i difetti mi sembra un azzardo che non potrebbe essere capito dai consumatori. Un po’ come gli stilisti che si sentono incompresi dal pubblico che non acquista i loro vestiti, anche se certi giornalisti li esaltano alla follia..




io credo che alla fine dalla confusione possa nascere qualcosa di positivo. In fondo, la mancanza di punti di riferimento univoci, di strade gia’ marcate da altri, a differenza di come avveniva in un passato recente, puo’ costringere noi produttori a ricercare una strada autonoma, personale, svincolata dall’opionione delle guide proprio perche’ anch’esse alla ricerca di una collocazione personale. Questo non puo’ che essere un bene per il mondo del vino, che e’ nella realta’ piu’ vario e complesso di quello che si soleva dipingere pochi anni fa, come giustamente tu lo hai descritto.