Casa D.C. | Pollo - spada alla cacciatora e Pommard Boillot

Casa D.C. - ore 18:09
Mt: <<Bestia, che vuoi cenare stasera?>>
Io: <<Lo sai che mi andrebbe?>>
Mt: <<Te l’ho appena chiesto…>>
Io: <<Un bel pesce spada alla griglia>>
Mt: <<Ottima idea>>
Ore 20:27
Mt (a 120 decibel): <<Bestiaaaaa, a tavolaaaaaaa>>.
Io: <<Strano questo pesce spada>>
Mt: <<…>>
Io: <<E poi sembra che ci hai messo il pomodoro>>
Mt: <<Non ti si può nascondere niente…>>
Io: <<Gnam gnam, davvero particolare questa tua interpretazione, gnam gnam, lo sai che mi ricorda un sacco il pollo alla cacciatora? gnam gnam..>>
Mt: <<Ma dai? Che scherzi che fa la cucina creativa…>>
Ripongo allora al fresco il Terre Saracene Bianco ’09 di Ettore Sammarco che avevo preparato e recupero l’ultima bottiglia di Pommard Les Croix Noires ’02 di Lucien Boillot. Uno degli ultimi reperti rimasti del viaggio borgognone di maggio 2006, quando nella nostra beata ignoranza e ingenuità ancora credevamo di poter scovare da Saint Aubin a Gevrey fantastici sconosciuti e strabilianti Grand Cru qualità-prezzo.

Niente grandi nomi quella volta, ma tutta una serie di visite pensate in funzione della possibilità di acquistare in cantina, maneggiando listini umani. Come al solito ci divertimmo come matti, su e giù per la RN 74, incontrando una serie di personaggi assai sfiziosi come la signora Bouley o il conte De Merode e mettendo insieme un bel gruzzolo di bocce, quasi tutte nella fascia 20-30 euro. Bottiglie che abbiamo ristappato in questi anni, ricavandone talvolta una specie di insana frustrazione, sintetizzata nella nuvoletta-vignetta:
<<buoni-ottimi vini, per carità, ma se ci dobbiamo fare 3.000 chilometri di furgone, di cui 2.000 nel fumo di 4-4-2 mascherato, quando torno a casa e mi acchiappa la nostalgia tipo Costa Crociere, debbo poterla affogare in un pieno godimento di naso, bocca, ma anche cervello. Non mi serve un bel pinot nero, insomma, perché in Italia qualche succedaneo con gli attributi lo trovo eccome, da Radda a salire: voglio gocce distillate di terroir ed emozione, voglio LA Borgogna, con la b più maiuscola del maiuscolo. E allora ben venga qualche bottiglia in meno, ma che sia quella giusta ad assecondare l’ennesimo vizio non necessario ma ineluttabile>>.
Capiamoci, non sto dicendo che bisogna mettere in conto uno stipendio ogni volta che si scatena il prurito, ma un’umile e pacifica accettazione delle gerarchie territoriali ed umane è tra le più spietate lezioni che si imparano giocando con quei quaranta chilometri baciati da Dio. So bene che il mio punto di vista non si sintonizza certo con l’attuale spirito vinoso che, dopo l’autoctono, la botte grande, il piccolo e il naturale, vuole a tutti costi il “nuovo”.
Insomma, non era affatto male il reperto ristappato. Ricordo bene, fu il vino che ci convinse di più durante la visita da Lucien Boillot, titolare di un piccolo domaine nascosto in una viuzza di Gevrey Chambertin: ce ne stupimmo, perché sulla carta non era certo il cru più blasonato tra quelli curati e messi in bottiglia dall’azienda. E’ pur vero che i 2005 erano ancora in botte e i 2004 disponibili scontavano l’annata indubbiamente complicata: per fortuna, però, c’era anche qualche bottiglia di annate precedenti, tra cui il ’99 e il 2002 di Les Croix Noires, un Premier Cru situato a sud del villaggio di Pommard, verso Volnay, incastrato tra Les Chaponniers (ad ovest), Les Poutures (ad est) e Les Fremiers (a sud).
Ne prendemmo qualche bottiglia di entrambi, a 25 euro cadauna, e riassaggio alla mano non lo giudico neanche adesso un cattivo affare: giunto a buona maturazione ma non scollinato, piuttosto riconoscibile da un punto di vista territoriale per i tratti selvatici e cortecciosi, abbinati a toni di humus e di ribes nero, ma soprattutto per quella sua tannicità un po’ crudo-rustica che in genere mi indirizza verso la zona rossa della Cote de Beaune. Quello che mancava, ma che non poteva essere cercato qui (oddio, avendo scoperto prima Voillot…), era la dolcezza del frutto, la souplesse, la semplice e profonda naturalezza complessa del fuoriclasse. Un suo plus, comunque, ce l’aveva: ci stava una meraviglia con il pollo, ehm volevo dire il pesce spada alla cacciatora…

Il pollo alla cacciatora secondo Mt
Preliminari: Andare al Conad di Corso Europa, acquistare una confezione di cosce e sovracosce di pollo intere (calcolare una/una e mezza a persona), sciacquarle e immergerle per qualche ora in acqua e sale a spurgare, con tagli sulla carne per far penetrare il sale all’interno. Se non ce l’avete già a casa come noi, al Conad bisogna prendere anche l’olio extravergine di oliva, l’aglio, i pomodorini del Vesuvio di Sorrentino, rametti di rosmarino fresco, una bottiglia di vino bianco che sa di tappo.
Trama vera e propria: in un ampio tegame far rosolare 3-4 spicchi d’aglio in poco olio extravergine umbro regalato da Antonio, aggiungere le cosce e le sovraccosce di pollo, bagnare con mezzo bicchiere di Verdicchio ’09 Pievalta uscito di tappo la sera prima, lasciar sfumare, aggiungere rametti di rosmarino fresco. Quando la pelle del pollo fatta da Apelle figlio di Apollo diventa bruna, inserire i pomodorini del vesuvio spaccati a metà, coprire il tegame con un coperchio e lasciar cuocere una mezz’oretta, controllando di tanto in tanto mentre guardate il telegiornale de La 7. Gli ultimi dieci minuti lasciate cuocere senza coperchio per far evaporare l’acqua in eccesso e perfezionare l’effetto crema tra il pollo e i pomodorini. Chiamare la bestia nello studio e impiattare insieme al contorno.
Contorno: ovviamente voi farete senza contorno perché non avendolo segnalato tra le azioni dei preliminari non avete comprato le patate e alle otto e mezza il Conad ha chiuso. Se invece ve n’è rimasta qualcuna in dispensa e non ha fatto i cigli che Paolo fa sempre fare, sbucciate le patate, fatele a fettine sottili, immergetele in acqua e sale per un quarto d’ora, sciacquatele e asciugatele con un panno di cotone. Poi prendete una teglia grande, bagnate il fondo con olio extravergine di oliva (quello del supermercato perché Antonio è un po’ manella e ce ne ha regalato poco), aggiungete le patate asciugate, qualche porro, sale e pepe. Fatele cuocere per una mezz’ora nel forno già riscaldato a 200 gradi in modalità ventilato. Prima di mangiarle fatele raffreddare un po’ perché l’assicurazione non copre l’ustione da patata. La ricetta non lo prevede ma il Ketchup Heinz mettetelo lo stesso a tavola.
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Tags: Borgogna, Casa D.C., cucina di casa, De Merode, Irpinia, Les Croix Noires, Lucien Boillot, Pommard, ricette, ricette Maria Teresa, Voillot
Categorie: Campania, In primo piano, Mangiare
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Commenti
Grande Paolo,
e poi assolutamente: “per cucinare solo vino che sa di tappo” altrimenti sarebbe uno spreco per qualsiasi manicaretto di prestige!!!
1) Quest’anno la campagna olearia, visto l’andamento climatico, si annucia ancora più risicata. Il consiglio è quello di fare scorta di olio lampante al Conad…
2) I miei complimenti a Mt per il nuovo taglio di capelli; sei ancora in tempo, una vita migliore è spesso dietro l’angolo…
3) Adorabilmente radical - chic lo strofinaccio con l’etichetta dello Chambertin di Rousseau appeso in cucina
Non vorrei fare il calabrese della situazione…ma il pescespada a ottobre non si mangia !!
(vabbè che non sei cascato male!)




Bel racconto. Al solito. Paolo il prossimo anno ti vogliamo in Toscana per i 3bicchieri…basterebbe da Radda in giù!!!!