Bevuta con intruso | A difesa dell’annata 2003


Ovviamente avevamo solo iniziato con i due Fiano di Lapio 2008 e la coppia-tris mancato del 2005. Prima di passare alla terza batteria, però, 4-4-2 mascherato ci propone un intermezzo coperto che viene abbastanza rapidamente individuato come Soave e completamente cannato come età.

Si ipotizza un sicuro under 10, invece è un pimpante maggiorenne, col suo passo vulcanico, il floreale giallo, l’anice, l’acidità che va e che viene, in autorevole equilibrio col classico corpo medio, per peso ma non certo per carattere. Che può essere, che non può essere? Una volta rivelata l’annata non si può far altro che andare a parare col Soave Classico Superiore Vigneto Calvarino ’93 di Pieropan. Bravo Leonildo! Se ricordo bene, non furono molto diverse le impressioni di Antonio sull’omologo ’92, trafugato, ehm, volevo dire portato via a due lire direttamente dalla cantina.

Assaggia che ti riassaggia, arriviamo dritti dritti alla…

Terza Batteria: Vendemmia a ferragosto, che caldo fa (il rebus 2003)

Sulle prime due batterie, sapevo che mi avrebbero sgamato in scioltezza (i miei amici sono zozzoni e ubriaconi, mica pirloni), su questa però contavo di fargli perdere un po’ di tempo e alla fine così è stato. Avevo preparato una piccola royal rumble sull’annata 2003, con dentro tre Greco di Tufo e una, udite udite, Coda di Volpe.

Chi mi conosce sa bene quanto ho rotto le scatole con questa vendemmia estrema, quella torrida, asciutta e anticipata che tutti ci ricordiamo, che però considero fin dagli inizi una delle più significative in Irpinia: il mio primo pezzo “importante” per il Gambero mensile fu proprio un focus sui Fiano di Avellino e Greco di Tufo del 2003, presentati come i bianchi più convincenti di quel semestre di assaggi. Ho sempre avvertito una decisa diffidenza per questa mia apparentemente strampalata “teoria”, soprattutto da parte di chi conosce solo superficialmente le caratteristiche viticole e climatiche della provincia di Avellino. Eppure non è che non ci ho provato a spiegare che, detta alla Catalano, un’annata calda è un po’ meno calda in una zona almeno fresca come l’Irpinia. Oppure che le varietà tradizionali della zona, chiamate storicamente a fare i conti con problemi di completamento delle maturazioni e acidità troppo alte, potevano solo giovarsi in alcuni casi di un’estate come quella.

Ultimamente comincio a sentirmi un po’ meno solo nelle vesti di “difensore” della 2003: non è ancora una piena riabilitazione, ma una qualche apertura di credito la colgo, grazie ad una serie di vini (non solo campani) che sembrano fare breccia tra i più scettici per la saldezza della loro fibra, generosa ed opulenta ma non decadente, assai più lenta nell’evoluzione rispetto alle previsioni iniziali. Mi verrebbe a questo punto da fare un’ulteriore deviazione sulla storia delle annate calde in Italia e in Francia ma faremmo notte…

E allora riprendo con i quattro vini della batteria, che hanno alla fine rafforzato alcune nostre datate convinzioni:

- La coda di volpe non è proprio quel vitigno scemo che tanti continuano a pensare. Come dice giustamente Antonio, non cadiamo nell’accanimento terapeutico, non ci mettiamo a invecchiare pure la Coda di Volpe e godiamocela senza problemi in gioventù. Ma lo facciamo perché è quella generalmente la sua finestra espressiva più efficace, non perché non abbia le doti per andare avanti nel tempo. E sempre per dare ad Antonio quel che è di Antonio, riporto i complimenti di gruppo a lui che ci aveva visto lungo su questa autorevole, divertentissima, in formissima Irpinia Coda di Volpe ’03 della Tenuta Ponte: bottarga, albicocca, mandorla, un sottofondo di controllatissima terziarizzazione che si ribalta in un bocca non sapida ma salata, sottile eppure di solida tenuta.

- L’annata 2003 in Irpinia ha funzionato a livello di denominazione soprattutto sui Fiano di Avellino e i Taurasi, dove si registra una qualità media e un’espressività piuttosto omogenea. Discorso completamente opposto sui Greco di Tufo: la forbice è molto più ampia, alcuni vini hanno mollato subito e altri sono delle vere e proprie perle di carattere e imprevedibilità, da far ammattire qualsiasi Master of Wine.

Nei mesi scorsi avevo riassaggiato, trovandoli straordinari, i “base” di Pietracupa e Vadiaperti, questa volta niente fuochi d’artificio: il più in palla è apparso il Greco ’03 di Di Prisco, con i suoi netti ricordi di oliva verde, orzo, risotto allo zafferano, cedro, pieno e in spinta sull’acidità, seppur mancante di lunghezza ed espansione. Più controverso il Greco G di Pietracupa, che conferma una forte variabilità da bottiglia a bottiglia (fu l’ultima vendemmia tappata a mano da Sabino) ma che comunque è mediamente più evoluto e meno complesso dell’appena citato, strepitoso, “base”. Ancora più avanti, tra crème caramel e cioccolato bianco, il Vigna Cicogna di Ferrara: la raccolta tradizionalmente ritardata sembra aver inciso più del dovuto in un millesimo di queste caratteristiche.

(Continua, forse…)

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Categorie: Bere, Campania, In primo piano

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Commenti

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