Il Verdicchio non Verdicchio

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È una brutta cosa la curiosità. Fa strage dei miei amati gatti e ti fa dormire in un letto da fachiro se non riesci a soddisfarla. Ecco il destino che mi attende da qui alla fine di Luglio: chiodi e pensieri.

E speriamo non ci si metta anche il caldo afoso.

A cosa debbo il rovello? Tutto nasce da una notizia che ho avuto pochi giorni fa: la commissione di degustazione operante presso Valoritalia*, la società che certifica per il MIPAAF la qualità delle produzioni vitivinicole rilasciando le idoneità per le Denominazioni d’Origine, ha ritenuto non idoneo l’assaggio del Terre Silvate 2011. Credevo di aver letto male. Stiamo parlando del Terre Silvate de La Distesa* ossia del Verdicchio “base” di Corrado Dottori, quello affinato in acciaio e che esce a pochi mesi dalla vendemmia. Una delle etichette più originali, saporite, verdicchiose che si possano trovare oggi sullo scaffale.

Vero è che Corrado è uno che ha un diverso approccio alla materia. Uno che segue integralmente i dettami dell’agricoltura Bio, poco importa se biologica, biodinamica, naturale. Le sue azioni, viste da una visuale esterna, sono un impasto d’istintività e raffinata cultura materiale. In questo i suoi vini sanno donare un fremito altro, qualcosa di ancestrale e impalpabile.

Cosa avrà fatto mai il TS 2011 per esser messo in castigo? Quali le colpe per non poter portare con la fierezza che lo caratterizza il nome dei Castelli di Jesi in etichetta indicare a tutti che è fatto per la stragrande maggioranza (90%) da Verdicchio?

Sarà stata lei –cherchez la femme!– la minoritaria Malvasia e il suo naso aromatico a farlo deragliare da binari che devono guidare a un “odore delicato e caratteristico”? Ma la Malvasia c’è sempre stata nel Verdicchio. L’ ammette il disciplinare di produzione. Lo dicono i vecchi del posto che che è “l’uva più bella che ci sia” e qualche filare dietro casa lo avevano sempre.

Sarà stato per una leggera velatura da mancata filtrazione o chiarifica? Un colore più acceso del dovuto ereditato da uve meno pallide del solito, abbronzate da un sole torrido di un’estate crepitante e secca? Qui la legge si fa lapidaria: “giallo paglierino”. Ma giuro su mia nonna che mi è capitato centinaia di volte di vedere Verdicchio dorati come la fede nuziale che lei nascose al Duce e alla famelica richiesta d’oro del regime fascista.

Prende corpo un odioso pensiero. Vuoi vedere che ha trasgredito al perentorio obbligo di aver un “sapore asciutto armonico con retrogusto gradevolmente amarognolo”?

Suvvia. In dodici anni di assaggi per la Guida ai Vini d’Italia, prima come Slow Food poi come Gambero Rosso, abbiamo assaggiato la frasetta declinata in mille modi: vini insapori o estremamente saporiti da concentrazioni innaturali, vini nati ossidati o seppelliti nella solforosa, Verdicchio con la timbrica muschiata che neanche a Canelli, nella patria del moscato bianco, o putridi da fermentazioni malriuscite. Tutti, nessuno escluso, con la loro DOC ben impuntata come le medaglie sulle divise dei generali russi.

Cos’ avrà fatto mai?

Non ho ancora assaggiato il Terre Silvate 2011. Lo farò tra circa un mese e mezzo e quindi non riesco a capire le ragioni di Valoritalia. Quello che so è che le poche bottiglie (10.000 pezzi, forse meno) finiranno prima che qualcuno si renda conto che l’etichetta ha su scritto Marche Bianco IGT.

E so anche che il Terre Silvate è intimamente Verdicchio, e che merita di chiamarsi così.

Foto: amicidivini.com*