Grenache. O della Terza Via

Dici bene, mio telepatico amico *: il bello di un blog risuona nella possibilità di condividere riflessioni dichiaratamente parziali, fatte di domande più che di risposte. Tornandoci su quando quei fili si sono ulteriormente ingarbugliati e magari non ha nemmeno più senso provare a sbrogliarli, superati come sono da nuovi e più stringenti interrogativi da “tempo reale”.

Leggo i tuoi ultimi pensieri su grenache e dintorni il giorno stesso che mi sveglio con l’idea di rimettere le mani su una bozza aperta quasi due anni fa, proprio dopo una bottiglia bevuta insieme tra una sessione di Vernaccia e di Sagrantino *. Come sai, non credo alla pura casualità e penso ci sia un motivo se in queste settimane ci siamo trovati a recuperare parallelamente, senza neanche saperlo, diversi spunti di quella chiacchierata, divertente almeno quanto i bicchieri scolati.

La terza via, te ne uscisti serio serio prima di esplodere in una contagiosa risata e di sfidarmi in uno di quei giochi demenziali con cui di solito riempiamo i chilometri verso e oltre il Monte Bianco. Le capitali dell’Asia, i personaggi di Holly e Benji, i podi delle sessanta e passa edizioni di Sanremo, le vie della terza via. Hai trenta secondi di tempo per dirmi la terza via tra capitalismo e dittatura del proletariato. E quella tra tiki taka barcelloniano e catenaccio trapattoniano. E quella tra Charlize Theron e Halle Berry. E naturalmente quella tra uvaggio bordolese e pinot nero, perché dieci secondi senza parlare di vino proprio non riusciamo a stare.

La grenache come papabile icona della terza epoca del vino parlato, la grenache come simbolo della terza via tra la declinazione “quantitativo-materica” degli anni ’90-primi anni duemila e quella pienamente in corso “delicata-sottrattiva”. Che prima o poi finirà, se non sta già accadendo, perché è perfettamente umano, naturale, legittimo, a prescindere dalle distorsioni puramente modaiole, cercare nuovi stimoli e nuove strade nell’assecondare le proprie passioni. E per quanto schematici o riduttivi, i modelli estetici e commerciali che si susseguono nelle varie fasi conservano un loro valore pienamente “informativo”.

Il successo di tante etichette prodotte con l’accoppiata merlot-cabernet, da soli o in uvaggio, ha raccontato molto efficacemente lo spirito del primo periodo veramente “globale” e “mediatico” per il mondo del vino, peraltro coincidente con una congiuntura economica estremamente favorevole.

Una formula che a un certo punto è stata violentemente contestata e rigettata, portando tanti bevitori (e critici) ad appassionarsi a vini di profilo praticamente opposto. Sono state riscoperte e valorizzate decine di varietà tradizionali, ma il simbolo quasi totemico del nuovo corso è stato individuato senza dubbio nel pinot nero. E nei vitigni che in qualche modo possono richiamare certe sue espressioni e che solo qualche anno prima venivano magari frettolosamente archiviati come cultivar di scarso interesse.

Dopo il periodo “bordolese”, si esaurirà anche quello “borgognone”, è inevitabile. Non fosse altro perché i migliori vini della Cote d’Or saranno presto, se non lo sono già, letteralmente irreperibili e incomprabili per i comuni mortali. E chi deve scegliere con attenzione i propri acquisti, magari facendo dei sacrifici, non accetterà a cuor leggero di accontentarsi degli “scarti” dei miliardari asiatici o, peggio ancora, di semplici surrogati dei Grand Cru di Vosne-Romanée o Gevrey-Chambertin. Esattamente come a un certo punto ci si è accorti che Lafite o Latour non li puoi replicare proprio in qualsiasi collina reimpiantata.

Il “futuro”, caro Antonio, quella sera ce lo immaginammo così, un po’ in continuità e un po’ in rottura con entrambe le fasi precedenti. Non si tornerà di certo alla situazione in cui aziende di qualsiasi parte del mondo propongono come top di gamma un merlot o un cabernet, ma dopo tanti vini efebici spacciati per eleganti, tanti bicchieri diluiti accettati come “femminili”, probabilmente si ricomincerà ad invocare senza vergogna un plus di sana “ciccia”. Non solo “finezza” e “frutto croccante”, ma anche – viva Dio – la giusta dose di volume e calore, perché alla fine non tutte le giornate sono uguali e non di sola verticalità vive il grande vino. Un po’ di curve da pin up a prendere la scena, negli ultimi tempi rubata perlopiù da modelle taglia 38.

Qualcuno è pronto, già lo vedo lì in mezzo a noi e forse siamo proprio noi, ad alzarsi in piedi ed invocare con un urlo liberatorio il ritorno di Giovannona Coscialunga dopo tanto, troppo cinema enoico fuffaiolo. Ovazione o meno, qualunquismo o verità, di sicuro le carte si stanno rimescolando e si rimescoleranno ancora. E pensando ai possibili testimonial del “nuovo corso”, molti li individueremo in rossi a base grenache, non soltanto quelli del Rodano come hai giustamente ricordato una volta di più. Perché le migliori grenache sono impregnate di Mediterraneo, ma non sono sprovviste di contrappunti decisamente più “nordici”, perché si annunciano con la macchia e le spezie ma a volte riescono perfino a travestirsi da Borgogna nel frutto chiaro ed arioso. Vini spesso multidimensionali, capaci di tenere insieme generosità e scorrevolezza, tessitura sapida e bevibilità, tenendo a bada come poche altre tipologie tenori alcolici rilevanti eppure non così percettibili, almeno fin quando non ti alzi da tavola e senti le gambe fare giacomo giacomo. Rossi che, questione non certo da sottovalutare, sono ancora decisamente abbordabili nel costo (mostri sacri a parte), con un carattere varietale riconoscibile e appagante anche su “vini d’entrata”, da poter approcciare in gioventù ma anche in grado di viaggiare con autorevolezza nel tempo.

Come nel tuo caso, è “colpa” di un po’ di bottiglie stappate nell’ultimo periodo se è riemersa all’improvviso la “sragionata” di quella sera. Penso innanzitutto al Bordò 2011 di Poderi San Lazzaro *, vino che mi ha colpito, conquistato, innamorato come non capitava da tempo. Non ringrazierò mai abbastanza il buon Pierpaolo Rastelli per averlo inserito in uno dei nostri abituali baratti: aperto una sera senza la minima idea di quel che avrei dovuto aspettarmi, è letteralmente evaporato nel giro di un quarto d’ora con una semplice cotoletta. Grenache riconoscibilissima nelle erbe mediterranee, nel frutto maturo ma chiaro, nella speziatura fine, senza derive olivose o cupe. Ma l’aspetto più coinvolgente è il sorso: godurioso ma dritto, materico ma sempre in spinta, 15 gradi (mi dicono dalla regia) che non si avvertono per nulla, finale di erbe amare che non frena, anzi allunga. Carnale, espansivo, splendida naturalezza espressiva: meno di 1.000 bottiglie reperibili intorno ai 30 euro in cantina. E’ l’ultima versione affinata esclusivamente in acciaio, mi spiega Pierpaolo: dal 2012 è affinato in legno e sono proprio curioso di vedere cosa ne uscirà fuori. Ennesima conferma, comunque, della vocazione del terroir piceno per il vitigno.

Grazie al cavolo, penserai tu: facile lasciarsi prendere da una selezione poco più che virtuale, tirata in poche centinaia di bottiglie. E invece no, perché qualche giorno dopo mi è capitato nel bicchiere il Cannonau di Sardegna “base” 2009 di Sella e Mosca *: non conosco i dati esatti di produzione, ma immagino che non si tratti esattamente di numeri confidenziali. Bevuto anche questo con estremo piacere: non un vino emozionale, magari, ma tutt’altro che prevedibile o scontato, perché dietro la confezione tecnica c’era un varietale perfettamente a fuoco, interpretato con equilibrio e sapore. A suo modo sorprendente e direi che è proprio arrivato il momento di riprendere il traghetto e andare a vedere di persona quello che sta accadendo da Sassari a Cagliari. Anche perché, purtroppo, sul continente dalle mie parti arriva ben poco al momento.

E poi lo Chateauneuf du Pape 1999 di Clos du Mont-Olivet. L’ultima bottiglia rimasta in cantina, porca di quella miseria. Ce la consigliò il nostro magister Rodanae, il buon Dario Cappelloni, per il giro che facemmo in zona nel 2005: c’era un’intera verticale in vendita in cantina, lo pagammo 15 euro e ne prendemmo un paio di casse. A distanza di tempo sono sempre più rammaricato di non averne prese almeno il doppio, ma fu un errore dovuto all’inesperienza: non che adesso ne sappiamo tanto di più, ma all’epoca avevamo un’idea piuttosto vaga della grenache e, sicuramente ricordi, non riuscivamo ad immaginare come e se poteva evolvere ancora un vino già così pronto, accogliente ed espressivo. In quasi dieci anni, invece, non si è mosso di una virgola e ha solo acquisito ulteriore fascino ed armonia. Con le basi grenache succede così: sembrano quasi terziari abbastanza presto ma poi si mantengono estremamente solidi e stabili su quelle impronte per tanto tempo. Non mi ha mai tradito una volta e pure in questa occasione ha convinto tutti gli amici presenti, abituati a bere benino diciamo: autorevole, elegantissimo, disteso, uno dei vini della giornata.

* La bottiglia in questione era uno Chateauneuf du Pape 2001 di Chateau Rayas, neanche a dirlo

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